L’OBBLIGO MORALE DELLO SCRITTORE

Houston abbiamo un problema, a cinquant’anni dallo sbarco sulla Luna dell’Apollo 11, la tecnica e la cultura hanno fatto passi da gigante eppure, nel secolo dei WhatsApp, dei post e dei tweet scriviamo di più, e scriviamo peggio. Predicati verbali casuali, punteggiatura zoppicante, composizione delle frasi randomica e il sequestro di persona dei soggetti, sono solo alcuni dei “refusi” che costellano la messaggistica istantanea 2.0.

E se questo italiano minacciasse un nuovo postmodernismo dei testi di narrativa?

“L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…”. “L’italiano non è l’italiano: è il ragionare” disse il professore. “Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto”. In “Una storia semplice” (L. Sciascia) il professore ci ricorda che l’importanza dell’italiano non riguarda solo l’uso corretto della grammatica, ma anche la ragione. La sintassi del linguaggio influenza ciò che comunichiamo (atto illocutorio), o ciò che percepiamo (atto perlocutorio).

L’aspirante scrittore, pertanto, non può accontentarsi di “meno italiano”. La forma comunicativa che adotta deve giungere al lettore in modo chiaro, senza che alcun inciampo lessicale interrompa bruscamente il sogno narrativo.

Un testo, quantomeno un buon romanzo, è fatto di tre elementi imprescindibili: trama originale, personaggi vivi e sintassi pulita. L’idea vincente da sola non basta, come ci insegna Raymond Carver: “[…] le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste, con la punteggiatura nei posti giusti in modo che possano dire quello che devono dire nel modo migliore. Se le parole sono appesantite dall’emozione incontrollata dello scrittore, o se sono imprecise e inaccurate per qualche altro motivo – se sono, insomma, sfocate – fatalmente gli occhi del lettore scivoleranno sopra di esse e non si sarà ottenuto un bel niente” (Il mestiere di scrivere).

Potremmo dire che lo scrittore abbia un unico obbligo morale: la correttezza della parola.

Siamo certi, allora, di curare abbastanza la nostra prosa? Nella maratona linguistica che compie il romanziere, ma anche nel mezzo fondo dello scrittore di racconti, bisogna prestare attenzione a molte cose. Quali sono i conflitti principali? Il nostro eroe agisce per risolverli? E quando agisce cosa succede? Caratterizziamo a sufficienza il personaggio principale, compie un percorso di cambiamento, ed è coerente dall’inizio alla fine del romanzo? Siamo in grado di capire se il climax è avvincente? Ha raggiunto davvero il punto di massima tensione? Le frasi sono grammaticalmente corrette? Usiamo perché al posto di perchè? Sappiamo inserire in modo appropriato la “d” eufonica?

Lo scrittore è un equilibrista che passeggia su un filo sottile tirato tra un punto e un altro, o tra una virgola e un’altra se preferite.

Il lavoro comporta molte riletture, che si accavallano nella testa come motte di fieno, andando a coprire i buchi e le imprecisioni, e rendendoci ciechi ai refusi.

Poco importa quanto l’abbiamo progettato, l’analisi di un occhio esterno è vitale alla scrittura, e non mi riferisco al così detto “lettore ideale” di Stephen King (On Writing), piuttosto a qualcuno dotato di maggiore conoscenza ed esperienza.

Conoscenza dell’italiano, certo, ma anche delle tecniche di costruzione della trama e dei personaggi. Esperienza nel valutare col giusto distacco emotivo, e soprattutto con criticità oggettiva, quello che funziona o meno.

In questo momento un lettore starà visitando le nostre pagine social, il nostro sito internet o starà leggendo un racconto che abbiamo pubblicato su Wattpad o che abbiamo iscritto a qualche concorso letterario. Ora proviamo a pensare, solo per un istante, a cosa succederebbe se ci trovasse una forma sgrammatica o una fallacia logica. Proseguirà nella lettura o storcerà il naso, condividendo il refuso con altri? La nostra voce può essere autorevole, ma dal lettore esigente verremo sempre associati a quell’errore.

Se vogliamo rispettare la promessa che il sogno narrativo non venga mai infranto, dobbiamo preoccuparci dei punti e delle virgole.

Carver diceva: “Se non si riesce, dico io, a rendere quel che si scrive al meglio delle nostre possibilità, allora che si scrive a fare? Alla fin fine, la soddisfazione di aver fatto del nostro meglio e la prova del nostro sforzo sono le uniche cose che ci possiamo portare appresso nella tomba”.

 

A presto,

 

DCA

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