TRANSCREATION: PER I LETTORI DI DOMANI

Non so se a qualcun altro è capitato di guardare una serie tv doppiata in italiano con i sottotitoli in italiano. Lo so, sembra tautologico: ma quando ti ritrovi a lavare i piatti e a cercare allo stesso tempo di capire chi si sposerà a Downtown Abbey o chi siederà infine sul benedetto Trono di Spade, senti il bisogno di una traccia visiva immune ai rumori domestici. Confrontare la parola scritta con la parola detta si è rivelata, in ogni caso, un’attività insospettabilmente curiosa. Da quando mi sono accorta che tra le due non c’era una precisa corrispondenza mi si è aperto un mondo, in grado di insinuare inaspettate riflessioni sul processo traduttivo nei miei momenti di svago.

Breve caso emblematico. L’altro giorno, sullo schermo, un detective diceva a un collega particolarmente tenace: «Ecco perché ti chiamano “Tritatutto”». Peccato, però, che i sottotitoli riportassero: «Ecco perché ti chiamano inarrestabile». Errore? No. Ipotraduzione? Molto probabile, anche senza avere l’originale sotto mano. Scarsa creatività? Chiaro come il sole!

Lasciando per un attimo da parte gli esiti estremi (e talvolta esilaranti) della traduzione automatica, la chiave di una buona traduzione sta evidentemente in una scelta fondamentale: dove posizionare il peso su quella bilancia tipica del compromesso traduttivo che vede, da una parte, l’aderenza testo di partenza e, dall’altra, la completa riscrittura? È naturale che tutto dipende dal tipo di testo in esame, ed è certo che le mani ci tremeranno un po’ di più se appoggeremo il peso su una bilancia di nome Wilde, Fitzgerald, Roth e compagnia bella, come direbbe il giovane Holden. Ma non è una riscrittura tout court proprio quella del celebre titolo di Salinger, The Catcher in the Rye, tradotto da Adriana Motti negli anni Sessanta? Qual è, quindi, il discrimine tra traduzione e creazione ex novo?

Trovo singolare, ultimamente, sentir tanto parlare di transcreation e di notare quanto poco questa definizione venga applicata all’ambito letterario. Mi colpisce in particolare l’assenza di ricorrenze che associno la transcreation e la letteratura per l’infanzia. Credo non ci siano dubbi sull’importanza della creatività e del focus sul messaggio comunicativo di molte scelte traduttive nei libri per bambini: basti pensare all’adattamento di nomi e luoghi in serie come quella, celeberrima, di Harry Potter (significativo il caso del professor Piton, in inglese Snape, che mantiene intatto con il troncamento il senso originale dell’assonanza snape-snake).

Senza andare a scomodare i linguisti, la buona vecchia Wikipedia riporta la seguente definizione di transcreation: “Transcreation is a term used chiefly by advertising and marketing professionals to refer to the process of adapting a message from one language to another, while maintaining its intent, style, tone, and context”. Si tratta, fondamentalmente, dell’adattamento di un contenuto da un lingua a un’altra, mantenendone lo scopo, lo stile, il tono e il contesto. L’oggetto? Testi promozionali, slogan, tagline, brand: ogni testo pubblicitario che necessiti di una localizzazione. Ma perché limitare esclusivamente l’applicazione di questa tecnica all’ambito del marketing?

Vediamo punto per punto di creare un parallelismo tra la transcreation pubblicitaria e la traduzione di un libro per l’infanzia, e di verificare se il confronto sfuma i contorni tra le due aree di pertinenza. 

  • Lo scopo di un testo pubblicitario è esclusivamente comunicativo, e va quindi localizzato per rispondere alle aspettative comunicative tipiche del background culturale di un dato Paese. Per adattare un messaggio pubblicitario occorre padroneggiare non solo il registro e i meccanismi del linguaggio più adatti, ma “lavorare” le parole all’interno di un contesto culturale ben definito. Se questo sforzo è tipico di qualsiasi tipo di traduzione, nella letteratura dell’infanzia si fa ancor più intenso: le capacità comunicative dei più piccoli sono decisamente limitate, fortemente specifiche, dipendenti dal contesto familiare e scolastico. L’aspetto comunicativo prevale quindi su quello stilistico in entrambi gli ambiti.
  • Il messaggio promozionale deve raggiungere i propri clienti ideali. Il concetto di target è comune al marketing e ai libri per bambini: nel primo caso, individua i soggetti potenzialmente interessati all’acquisto di un prodotto, in modo da parlare la “loro” lingua; nel secondo, allo stesso modo, isola una specifica fascia d’età, impostando il lessico e le costruzioni linguistiche di conseguenza.
  • Il testo pubblicitario deve suscitare un’emozione, in modo da incuriosire, attirare e infine fidelizzare il cliente. La letteratura per l’infanzia si muove da decenni in un contesto fortemente emotivo: i testi per bambini si basano sullo stimolo di risposte primarie per veicolare, tramite il coinvolgimento, messaggi educativi più o meno espliciti.
  • Una pubblicità deve ispirare un’azione, che nella maggior parte dei casi coincide con un acquisto. Chiunque abbia mai letto una storia a un bambino sa quanto il gradimento, spesso, coincida con la ripetizione: i più piccoli trovano confortante la reiterazione della medesima lettura, esasperando al massimo il concetto di fidelizzazione. Leviamoci per un attimo i paraocchi delle situazioni ideali: è questa ”ossessione” tipica dei bambini per alcune vicende o personaggi particolarmente amati che, spesso, stimola gli acquisti…
  • Uno slogan o un marchio devono essere ricordati con facilità: trasformare un messaggio pubblicitario in un “tormentone” è una grande soddisfazione per un copywriter così come per il corrispettivo transcreator, ma l’importanza dell’aspetto mnemonico non è forse cruciale in un libro per bambini, le cui menti “assorbono” le parole più immediate facendole proprie attraverso la memoria? Questo ci porta al punto successivo.
  • Uno slogan deve essere accattivante. Per essere incisivo e facile da ricordare può quindi far leva sull’umorismo, su proverbi, modi di dire e frasi idiomatiche, che andranno trans-creati in modo da rispecchiare l’immediatezza linguistica del proprio Paese. Il testo per l’infanzia dev’essere icastico ed efficace allo stesso modo, formato da veri “microcontent” (proprio come una sequenza di tagline) in grado di superare la soglia della difficoltà di comprensione e dell’attenzione, e di trasportare il piccolo lettore subito in medias res con pochi preamboli e un linguaggio a lui familiare.
  • Per rendere un messaggio efficace si può ricorrere ad allitterazioni, rime o giochi di parole. Chi ha mai ideato uno slogan sa che, spesso, una rima aiuta la memoria (chi non ricorda, per esempio, una certa marca “per chi non si accontenta”?), mentre un gioco di parole può stimolare la curiosità nei confronti di un brand (emblematico il “Have You Met Life Today?” dell’americana MetLife). Ma i testi in rima, ricchi di allitterazioni o cambi di consonante sono tipici della letteratura per l’infanzia, che spesso vive di filastrocche, divertenti giochi di parole o allitterazioni in grado di richiamare la lallazione (Gianni Rodari docet).
  • Un messaggio pubblicitario forte è accompagnato da un apparato iconografico altrettanto comunicativo. Cosa sarebbe un marchio senza il suo logo, uno slogan senza il giusto font, un sito internet senza un’interfaccia accattivante? E cosa sarebbe un libro per bambini senza illustrazioni, senza un’impaginazione interattiva, senza il giusto bilanciamento tra parole e disegni? I libri in nero compaiono piuttosto tardi nella nostra vita di lettori!

Chiunque abbia mai tradotto un testo destinato ai più piccoli sa quale sfida comporti un adattamento di questo tipo. È importante sviluppare un certo “orecchio”, la capacità di mantenere un significato espresso in maniera sintetica e incisiva in un corrispettivo altrettanto breve ed efficace; così come l’attenzione all’aspetto grafico e alla lunghezza del testo, alla scelta di parole adatte al target d’età e così via. A un traduttore di questo tipo non interesserà sapere se sta facendo una transcreation, una traduzione free-style, un adattamento “culturale” o una piena riscrittura: le definizioni sono compartimenti che, in un contesto creativo, non possono essere stagni. Certo è che i “trucchi” di un transcreator pubblicitario possono talvolta dare una marcia in più a un traduttore per l’infanzia: quali “clienti” hanno più potenziale dei lettori di domani?

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