LA GRANDE BELLEZZA

LA METAFORA DI UNA DECADENZA

 

“Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella.” 

Le sue prime parole. Sta tutto qui il succo della vita di Jep, autore di un solo e grande romanzo giovanile: “L’apparato umano”, vincitore del premio Bancarella.

Lo osserviamo incedere elegante sul lungotevere, alle prime luci del mattino nelle vesti di un flâneur. Rumina sulla sua vita e le dinamiche umane di cui si circonda.

“Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito il vortice della mondanità. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire”.

È assalito dalla smania di ritrovare questa grande bellezza, una fonte d’ispirazione che gli consenta di superare quel blocco creativo che da troppi anni ormai gli impedisce di scrivere. 

Quando gli chiedono: “Tu perché non hai mai più scritto un libro?” abbozza una risposta istintiva a cui probabilmente non crede neanche più, “Perché sono uscito troppo la sera.” E Jep, con quell’aria un po’ edonista un po’ antipatica, si lascia travolgere da quella spirale notturna e voluttuosa della grande vuotezza.

“La mattina è un oggetto sconosciuto”. 

Tutti a fare il trenino. Cene e festini berlusconiani a base di puttane e coca, alti prelati e borghesi, nobili a noleggio e galleristi d’arte, nani e sante, fanno da cornice a questa grande bruttezza, bella come una giostra da cui non si può più scendere, buona come i cocktail e la droga tagliata con note dance.

“Roma ti fa perdere un sacco di tempo. Ti deconcentra. E scrivere richiede molta concentrazione. E molta calma”.

Toni Servillo cammina lungo l’argine del Tevere

Fresco dei suoi feroci sessantacinque anni, il protagonista giunge ai primi impietosi bilanci, “non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”. Fissa nell’aria massime argute, Jep, frutto di profonde meditazioni. La saggezza gli cola dal naso. Musiche sacre si librano nell’aria.

Assopito dall’ozio, Gambardella scruta il soffitto della sua camera con palpebre calanti, cariche di ricordi. Intravede una giornata di mare con Elisa. La sua prima volta. Un amore incompiuto. E lui la ricorda proprio nel suo romanzo giovanile:

“A luce intermittente, l’amore si è seduto nell’angolo. Schivo e distratto, esso è stato. Per questa ragione, non abbiamo più tollerato la vita.”

Elisa ora è morta e Jep si sente sempre più solo, inizia ad appartarsi mentalmente, si fa cinico e misantropo. La sua coscienza disillusa smaschera ipocrisie radical chic e fallimenti annunciati di una Roma caduta verticalmente in basso.

“Ma guarda ‘sta gente, ‘sta fauna. Questa è la mia vita, non è niente. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul niente, non c’è riuscito. Ci posso riuscire io?”

Jep, fradicio e stanco di questa società imbottita di silicone, vorrebbe solo scomparire, come la giraffa nello spettacolo di magia di Arturo.

“Jep, secondo te, se davvero si potesse far scomparire qualcuno, io starei ancora qui, alla mia età, a fare ste baracconate? È solo un trucco.”

Si crogiola nelle bellezze senza tempo dei palazzi e monumenti romani in compagnia di Ramona, spogliarellista raffinata, che si rivela essere l’unico personaggio, insieme a Romano, genuino e sincero.

“In questo Paese, purtroppo, per farsi prendere sul serio bisogna prendersi sul serio”.

Toni Servillo – Sabrina Ferilli. Villa Medici, Roma

Cerca una risposta, Jep. Tenta un confronto spirituale con il cardinale Bellucci distratto nello sciorinare ricette culinarie. Ma niente.”Sta morendo tutto quello che mi sta intorno”, confessa a Dadina, la direttrice del giornale su cui Jep scrive.

Andrea, figlio di Viola, nobile vedova snob, affetto da serie patologie psichiche muore schiantandosi con l’auto. Al ristorante aveva preannunciato a Jep: “Proust scrive che la morte potrebbe coglierci questo pomeriggio. Mette paura, Proust. Non domani, non tra un anno, ma questo stesso pomeriggio”.

Malinconico e nostalgico, Jep confessa a Romano: “Ho una mezza idea di riprendere a scrivere”. E allora, su commissione di Dadina, si reca all’isola del Giglio per un reportage sul naufragio della Costa Concordia, metafora lapalissiana del declino di una società satolla.

È proprio in questo posto, dove aveva visto per l’ultima volta Elisa, il suo primo amore, che Jep trova la bellezza dentro sé:

“Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo è solo un trucco. Sì, è solo un trucco.”

 

A cura di

Francesco Scarciolla

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