JOKER di Todd Philips: il clown a cui avevano rubato il sorriso. 

Joker di Todd Philips non ha niente a che vedere con il Joker a cui gli appassionati di DC Comics sono abituati, ovvero il solito personaggio spavaldo, cattivo all’inverosimile, anarchico e schizofrenico che agisce senza un apparente motivo, se non quello di essere l’antagonista di Batman.

Chi è Arthur Fleck?

Arthur Fleck non è un Joker fantastico, non è semplicemente esagitato o mosso da chissà quale brama di potere. Arthur Fleck non è malvagio, è semplicemente stanco di indossare un sorriso finto. È un uomo che “non ha più nulla da perdere” come afferma lui stesso verso la fine del film.  

Non ride mai davvero Arthur Fleck, se non per il “disturbo psicotico” che lo affligge. L’unica cosa che vorrebbe fare è piangere, sinceramente. 

Sogna di diventare un comico affermato, vuole arrivare in televisione nello show preferito di sua madre, anche lei psicologicamente disturbata, di cui lui si prende cura come fosse una bambina. Le prepara da mangiare e le fa il bagno, con una commovente dolcezza che risulta dissonante rispetto al personaggio.

Nonostante la madre si ostini a chiamarlo “Happy”, Fleck non ha “mai vissuto un solo momento di felicità”, se non durante un fugace incontro con una donna che gli sorride in ascensore.

La trasformazione di Arthur Fleck in Joker non è immediata, ma è il risultato degli eventi che continuano a travolgerlo, nonostante lui cerchi sempre di ridere e far sorridere le persone. Fleck è quello che si può definire un disadattato ai margini della società, a cui piano piano viene tolto tutto: l’assistenza sanitaria, il supporto psicologico e le medicine che “controllano” i suoi disturbi. L’anima folle di Joker inizia a emergere quando anche l’ultimo briciolo di dignità gli viene portata via, nel momento in cui perde il lavoro. 

Un simbolo

Così, mentre torna disperato e da solo nella metropolitana di una Gotham City che cade a pezzi e in cui serpeggia il malcontento nei confronti dell’upper class, commette il crimine che lo elegge a simbolo della rivolta dei bassifondi e che trova nell’immagine di Joker il suo riscatto.

Anche Thomas Wayne non è lo stesso Thomas Wayne che siamo abituati a vedere, ovvero un ricco filantropo che ha a cuore le sorti di Gotham City. Nel Joker di Todd Phillips, Thomas Wayne, non è dalla parte dei più deboli, ma al contrario è il simbolo “cattivo”.   

Il Joker di Todd Phillips è quello che la società moderna “si merita”, ma non vuol essere un inno alla violenza. L’intento del regista è dimostrare che Joker non è la causa, bensì l’effetto, la conseguenza della violenza invisibile della società nei confronti del diverso o di chi appare diverso. 

Joker, non sarebbe mai esistito se non fosse stato per le violenze subite da piccolo, i soprusi, il bullismo e la delusione. In fondo Joker è solo un uomo che avrebbe voluto essere amato e accettato, sorridere e far sorridere con la sua colorata vivacità. 

Quando si accorge che essere Joker gli permette di uscire dall’invisibilità, capisce che per farsi giustizia, deve smettere di essere una brava persona. 

La magistrale interpretazione di Joaquin Phoenix

Quello che differenzia il Joker di Todd Phillips, da tutti gli altri tentativi di spiegare le origini di Joker, è l’interpretazione di Phoenix. Il suo modo di “danzare”, di osservare il vuoto, la sua inquietante risata permette di entrare nel profondo dell’anima di Arthur Fleck e comprendere il motivo di tanta rabbia, senza alcun rimorso.

“Per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente… ma esisto e le persone iniziano a notarlo!”

Arthur Fleck /Joker

Anna Rizzo

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