MARS ROOM di Rachel Kushner

La Notte delle Catene cade una volta a settimana, il giovedì. Una volta a settimana per sessanta donne arriva il momento cruciale. Per alcune di quelle sessanta il momento cruciale arriva di continuo. Per loro è la prassi. Per me è arrivato una volta sola. Mi hanno svegliata alle due del mattino, incatenata e contata, Romy Leslie Hall, detenuta W314159, e messa in fila con le altre per un’intera notte di viaggio su per la valle. Mentre il nostro cellulare usciva dal perimetro della casa circondariale, mi sono incollata alla grata di sicurezza del finestrino per cercare di guardare il mondo. C’era ben poco da vedere. Sottopassaggi e rampe d’accesso, viali bui e deserti. Per strada non c’era anima viva.

Inizia subito in medias res il bellissimo Mars Room, romanzo di Rachel Kushner pubblicato nel 2018. C’è una notte scura, stretta e opprimente come una catena. C’è una donna, Romy Leslie Hall. C’è un cellulare che si getta tra le strade vuote di un mondo vuoto, arido e inospitale. Un non-luogo che le detenute, incollate ai finestrini, abitano per un attimo, di passaggio. Nel buio, come se il giorno appartenesse solo a chi gode della libertà.

Se il foglio bianco spaventa molti aspiranti scrittori, la sfida di racchiudere l’atmosfera, il tema e i personaggi di un romanzo in pochissime righe non sembra spaventare l’autrice, che crea un incipit da manuale. Certo, la Kushner è tutt’altro che una principiante. Stiamo parlando di una scrittrice che ha sempre fatto centro: i suoi Telex da Cuba e I lanciafiamme sono stati entrambi finalisti al National Book Award statunitense, e hanno fatto molto parlare di loro. 

Con Mars Room la Kushner entra nelle pieghe del sistema penale e nelle storture di una società a tratti instabile con magistrale eleganza. Il degrado, la violenza, le contraddizioni morali si mostrano nella loro semplice crudezza, attraversando un sottile velo di nichilismo. Una sensazione di svuotamento che prende i tratti delle anonime sbarre del carcere, dello sguardo delle detenute, degli orari fissi che scandiscono la loro vita rinchiusa. 

L’incipit concentra tutto questo e molto di più. Le parole scorrono nero su bianco in frasi corte, senza fronzoli. Crude e taglienti esattamente come la vicenda che da esse si dipana. Le ripetizioni (“una volta a settimana”, “sessanta donne”, “momento cruciale”) e la paratassi cadenzano il ritmo, lapidarie, come in un inquietante mantra. L’ambientazione è saggiamente creata per assenza. Non è evocata dai viali bui e dai sottopassaggi, ma dalla mancanza di anime vive, dal fatto che, da vedere, ci sia ben poco. La protagonista, infine, viene presentata subito con un numero: un codice alfanumerico che la svuota di ogni identità. Anche se per lei, rispetto alle altre, il momento cruciale arriva “una volta sola”. Chi non vuole sapere perché Romy Hall è diversa? E chi non è interessato a capire dove si sta dirigendo il cellulare immerso nella notte?

Il segreto di un buon libro parte proprio dall’incipit. Potete aver anche scritto un capolavoro, ma se non catturate il lettore dalle prime righe difficilmente avrete modo di dimostrarlo. L’incipit è, allo stesso tempo, il vostro biglietto da visita e il vostro manifesto. È il modo in cui il romanzo si presenta al vostro pubblico e in cui si mostra sinceramente per quello che è, con una promessa di qualità. La Kushner ci prende al lazo e non ci molla più: in poche righe siamo già lì con Romy, seduti con lei tra le catene, a guardare il mondo da una grata, aspettando qualcosa. Che cosa sia, lo scopriremo leggendo.

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