“Il buio non fa rumore” di Candice Fox

Quando trovai Donna era un periodo di pensieri bui. Da un mese la mia unica compagnia era la pistola, e le pistole dopo un po’ cominciano a parlarti, se resti solo con loro abbastanza a lungo. Mi osservava con il suo occhio nero mentre mi muovevo nella casa vuota, notava come evitavo di disfare gli scatoloni, un giorno dopo l’altro. Se ne stava stesa su un fianco e mi guardava bere. Una sera, a metà di una bottiglia di Wild Turkey, le chiesi qual era secondo lei la soluzione, visto che era così intelligente. Una pistola ha una sola risposta.

La notte prima che trovassi Donna, era volato dentro un altro mattone dalla finestra. Il terzo, da quando ero arrivato a Crimson Lake, e stavolta non mi ero preso il disturbo di cambiare il vetro. Ero rimasto a fissare il buco, poi ero uscito sulla veranda dietro la casa a guardare il tramonto. Il sole rosso illuminava la palude, danzando sulla sabbia grigia.

Fa subito una capatina nel noir l’incipit di Il buio non fa rumore, opera di Candice Fox, l’autrice di gialli più amata d’Australia. La pistola, il whiskey, gli scatoloni: in poche righe si rende palese un senso di solitudine, di freddo isolamento. E di buio. Il buio del titolo, che immediatamente riempie (o svuota, a seconda della valenza simbolica) il romanzo della sua presenza. I pensieri sono bui, l’occhio della pistola è nero; il mattone che attraversa la finestra crea un buco scuro, e persino l’ambientazione temporale tende all’ora tarda. È sempre sera, o notte, oppure un sanguigno tramonto che non sembra poter rischiarare nemmeno la sabbia, che rimane inevitabilmente grigia.

Il protagonista, come scopriremo qualche riga più avanti, è Ted Conkaffey. È un ex detective, accusato di aver rapito e violentato una ragazzina e reduce dal conseguente periodo di detenzione. Ted ha perso tutto: la famiglia, l’amore, il lavoro. E anche la libertà di poter vivere libero allo scoperto, costantemente inseguito dal giudizio dei concittadini. Per sfuggire agli sguardi, l’ex detective si trasferisce a Crimson Lake, una sperduta cittadina tra l’oceano, il deserto e le paludi della costa orientale dell’Australia. Un luogo dove spera di poter ricominciare.

Non c’è tuttavia un grande ottimismo nelle prime righe del romanzo. Il protagonista si muove nel buio subendo il bruciore delle proprie ferite morali, ancora esposte. Dieci anni in prigione, scontati per un reato senza prove certe, hanno avuto avuto il potere di vestirlo di una tenace inerzia. Ted evita di disfare gli scatoloni, privo di una motivazione. Non ha la forza di cambiare un’altra volta il vetro della finestra rotta, restando passivamente a guardarvi attraverso. Lascia che sia la pistola stessa, come animata di vita propria, a fornirgli un’unica, drammatica risposta. Che, sempre per indolenza, non ha (fortunatamente) la pazienza di ascoltare.

Se un incipit ben costruito accompagna in tutta rapidità il lettore in un nuovo mondo, è chiara l’efficacia delle parole di Candice Fox. Non è solo la scelta lessicale, che pesca nel campo semantico del buio, del vuoto e della solitudine, a creare un’atmosfera ben definita. È anche l’idea di convogliare tutti gli elementi narrativi su un dettaglio (la pistola) prima di ampliare gradualmente la veduta alla casa, alla veranda, alla palude esterna. Si tratta, in pochissime righe, di un vero e proprio viaggio dal piccolo al grande, dal particolare al generale, dall’interno all’esterno; un interno che parte dai pensieri stessi del protagonista e che si apre poi per gradi, riversando all’esterno le medesime suggestioni.

I nomi propri, in questo senso, costituiscono dei punti fermi di significativa importanza, indispensabili per localizzare sin da subito la vicenda. Il nome di Donna (che, come scopriremo poche righe dopo, è un’oca di palude), ripetuto due volte, dà ritmo alla narrazione, facendo da spunto iniziale e creando, allo stesso tempo, un’aspettativa (chi è, e quale sarà il suo effetto sul personaggio?). Il Wild Turkey – non un whiskey qualsiasi, ma lo specifico distillato del Kentucky – permette un’identificazione certa degli elementi del panorama narrativo, fornendo una struttura. Il nome della località di Crimson Lake, poi, colloca la storia di Ted Conkaffey in uno spazio geografico in grado di assumere uno spessore di realtà.

È l’elemento del mattone, infine, a spostare l’attenzione dall’ambientazione all’intreccio, senza tuttavia cesure percepibili. Il mattone è “un altro”, il terzo. Fa parte di una serie; il che, così come la stanca sensazione di abitudine del protagonista di fronte al fatto, lo porta immediatamente fuori dalla dimensione della casualità. Perché, allora, la vita di Ted è fatta di mattoni contro le finestre, di traslochi, di notti in compagnia di una bottiglia? C’è da chiedersi subito che cosa sia successo ben prima dell’incipit stesso, che cosa abbia fatto il protagonista per giungere fino a quel punto, e che cosa farà per uscirne. La curiosità, in poche righe, ha già molto di cui occuparsi. E non aspetta altro che le pagine successive.

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