Intervista a Luca Azzolini

a cura di Irena Trevisan

Il nome di Luca Azzolini non è certo sconosciuto a chi, in libreria, bazzica tra gli scaffali dedicati al fantasy. Nel 2009 il suo romanzo d’esordio Il fuoco della fenice è stato solo il primo passo verso un mondo di pagine dedicate ai lettori più giovani (e a chi si sente tale). Classe 1983, laureato in Storia dell’arte, Luca ha fatto della passione per la scrittura un lavoro e un meritato successo. In qualità di autore, curatore, ghostwriter e lettore ha lavorato con editori del calibro di Reverdito, Piemme (Il battello a vapore), Giunti ed Einaudi Ragazzi, e dal fantasy si è mosso verso storie di avventure, viaggi e vita vera. Sempre con una spolverata di sincera meraviglia.

È uscito da pochissimo il suo nuovo libro La Grande Corsa, edito da Einaudi Ragazzi per la celebre collana Storie & Rime. Un racconto di sogni e di amicizia ispirato alla Storia con la “s” maiuscola, e un ottimo spunto per parlare un po’ con Luca di libri (e di tanto altro).

  • Luca, sei un autore di libri per bambini e ragazzi. Questo settore negli ultimi anni si è rivelato trainante per l’intero mercato editoriale. Perché, secondo te, la letteratura per l’infanzia funziona così bene? E perché per te scrivere un libro per ragazzi costituisce una sfida avvincente?

Mi piace pensare che ci sia una questione anagrafica: da bambini si legge di più, si è più curiosi, si avverte il senso della meraviglia e ci si lascia conquistare da ogni genere di storia (senza contare il gran numero di professionisti che lavorano nel settore ragazzi e sviluppano sempre idee nuove). Gli adulti che continuano in questo solco, malauguratamente, sono sempre meno. Già alle scuole medie l’adolescenza con le sue tensioni porta a un leggero disamoramento verso il libro. Ecco, per me scrivere per ragazzi è una sfida avvincente anche per questo, perché oltre all’esigenza di comunicare qualcosa c’è il desiderio far innamorare delle mie storie più lettori possibili, avvincerli al libro e farli portavoce di questa passione. Quando inizi a leggere e ami le storie che trovi, continuerai a cercarne di nuove.

  • Catturare l’attenzione di un bambino nell’era digitale è sempre più difficile. Prova a spiegare a un bambino perché vale la pena di spegnere il cellulare e di leggere La Grande Corsa

La Grande Corsa ha il pregio di avere le meravigliose illustrazioni di Chiara Baglioni (e già queste meritano assoluta attenzione). In realtà La Grande Corsa nasce da una scommessa con me stesso: affrontare le mie idiosincrasie verso le automobili (non le amo) e raccontare una corsa automobilistica appassionante, divertente, brillante, ironica ma al tempo stesso profonda e con un forte messaggio. È stata un’avventura! 

  • Ne La Grande Corsa ti confronti con un soggetto che appartiene al passato (la Mille Miglia). Com’è raccontare la storia ai più piccoli? Che cosa rende la vicenda interessante agli occhi di un bambino di oggi?

Mi piace ricercare, ricostruire, sondare il passato. La storia ai più piccoli deve essere accessibile e comprensibile, in primo luogo. Il racconto, per me, viene prima, ma questo non deve mai “coprire” la Storia con la S maiuscola. Credo derivi da due fattori: il fatto che fin da bambino ho amato le materie umanistiche in modo sfrenato e, in secondo luogo, che essendomi laureato in Storia dell’arte ho sempre dato molta importanza al contesto e alla sua accuratezza. La cosa più interessante, però, anche per i più piccoli, è riscoprire il nostro passato, le tradizioni, gli usi e costumi di un tempo. E capire che non siamo poi così lontani dai nostri nonni e bisnonni. 

  • Questo libro contiene una “storia vera”, ma tu hai anche una grande esperienza nel fantasy. Che cos’ha un racconto aderente alla realtà che un fantasy non ha (e viceversa)?

Una storia vera ha il pregio dell’emozione diretta e autentica. Non si scappa da questo. È vera, e la verità paga sempre, soprattutto quando si scrive. La strada più pericolosa del mondo, un mio romanzo per Einaudi Ragazzi del 2018, mi ha travolto con questa sua verità e adesso non riesco quasi più a staccarmi da questa voglia di raccontare nel modo più aderente possibile le vite altre, diverse, difficili. Il fantasy però è casa. Una casa aliena, altra, che potrebbe esistere chissà dove assieme a un altro me coerente con ciò che sono e sento. È un genere che apre a spazi lontani, ma non è una fuga, come alcuni erroneamente pensano, anzi: spesso questo genere indaga la verità prima ancora che questa diventi quotidianità. Provare per credere. 

  • Quanto conta il carattere di un personaggio all’interno di una narrazione? Secondo te che cosa può avvicinare i lettori a Dino e Lidia, i protagonisti del libro?

Il carattere di un personaggio è tutto! Deve entrare in risonanza non solo con lo scrittore che narra la sua storia e le sue gesta, ma anche col lettore che si avvicinerà al libro e poi con il più ampio contesto storico-culturale del tempo, lo zeitgeist, che muove un determinato periodo. Un personaggio, forse ancora prima della trama, ha il compito di collegare tutti gli aspetti più delicati di un romanzo. È per questo che, quasi sempre, ci si ricorda dei personaggi di una storia e meno dei suoi intrecci, sviluppi o sotto trame. Nel mio caso, Dino e Lidia sono due ragazzini di un tempo, ma col vantaggio di avere spinte molto moderne. Dino sa cosa vuole fare, è deciso, ma anche dolce e intelligente. Lidia è una ragazzina determinata, capace e indomita, che non si fa certo mettere i piedi in testa da nessuno. Sono specchio dei ragazzini di oggi, in tutta la loro più luminosa definizione.   

  • La Grande Corsa fa parte di una collana (Storie & Rime) che in copertina vanta nomi come Lodi, Pitzorno, Rodari. Perché secondo te certe storie hanno una fortuna così lunga? Che cosa rende un “classico” sempre attuale?

Questa è proprio LA collana storica delle edizioni Einaudi Ragazzi e fa un certo effetto scoprirsi a farne parte. Il libro è il volume 679, questo significa che prima, fra quelle pagine, ci sono stati 678 meravigliosi romanzi per ragazzi che hanno fatto la Storia della letteratura per l’infanzia – dei classici, come dici bene tu –, che generazione dopo generazione rinnovano la loro promessa: far innamorare i ragazzi di tutto il mondo. Le storie, soprattutto quelle per ragazzi, entrano a far parte del nostro vissuto, ci formano, ci completano. Un classico è questo: un libro che parla a tutti, di grandi o piccole cose, ma che non ha chiusure di alcun tipo, che non si preoccupa di piacere al pubblico o alla critica, ma che trattiene un sentimento immodificabile e, sì, anche un’urgenza narrativa. 

  • Nei libri per ragazzi la parte visiva è fondamentale: anche in questo caso, ad accompagnare la narrazione ci sono delle illustrazioni (a opera di Chiara Baglioni). I libri sono sempre più il risultato di un lavoro di squadra che raccoglie diverse teste e competenze, ma anche personalità. Quanto conta, per un autore, la capacità relazionale?

Chiara, come ho detto, ha colto il senso del libro e del tempo storico in cui era calato con una capacità invidiabile. Le espressioni di Dino, Lidia, Nivola o il cavalier Cortese sono sensazionali. Ma questo non sarebbe stato possibile senza la visione d’insieme che la casa editrice, Einaudi Ragazzi, ha saputo infondere a tutto il progetto. È grazie a loro se il libro è così com’è. La professionalità, le scelte, le competenze sono sempre più importanti (al contrario di quanto si racconta oggi). Saper fare il proprio mestiere, avere cura di un progetto, permette a una storia di “vestire bene” la sua incarnazione fisica, è un’arte. Un autore deve quindi essere consapevole che le scelte di chi lavora al testo sono indirizzate a realizzare la miglior edizione possibile di quella storia, in quel momento. La capacità relazionale conta, senza dubbio, ma continuo a credere che prima di tutto resti sempre la storia in sé. Cioè che ci sia l’idea del libro prima di ogni possibile relazione esterna a quel rapporto.

  • Riprendo la domanda precedente. È lontana l’era dello scrittore solitario chiuso in uno studio polveroso con il naso sepolto tra mucchi di pagine: oggi da un autore ci si aspetta che “ci metta la faccia” tra promozione, presentazioni, laboratori. Tu sei un autore molto attivo in questo senso: quanto conta saper comunicare “al di fuori” del libro?

Io spero in un giusto mix. Lo scrittore deve “avere il naso sepolto tra mucchi di pagine”, ma deve avere anche un contatto con l’esterno, sentire cosa gli accade attorno, percepire gli eventi che lo circondano, parlarne e discuterne. Ogni scrittore dovrebbe poter rispondere per la propria sensibilità. Ecco, quello che non amo è l’esasperazione in un senso o nell’altro. Avere un mare di seguaci su qualche social non dovrebbe essere il metro per considerare il lavoro di uno scrittore, ma vedo che troppo spesso è ciò che accade. Saper comunicare è certamente importante, ovvio, ma attenzione che ci sia anche il contenuto, l’essenza, la sostanza.

Ti svelo un retroscena, ma non farò nomi. Qualche tempo fa ho avuto modo di cenare con un notissimo scrittore nato come influencer, un mix di bella presenza scenica, abilità nella comunicazione, superbo nell’uso dei social e dalla vasta popolarità. Ebbene, mi ha rivelato che prima di scrivere il suo primo libro lui non aveva mai letto un romanzo in vita sua, e che per scrivere i suoi testi si affida di solito a un elenco di letture che il suo editor gli invia tramite posta elettronica, da cui trarre spunti.

Ecco, credo che si dovrebbe fare più attenzione a ciò che si veicola oggi nelle librerie. Le parole sono fuoco, e il mondo è in fiamme.   

  • Luca, tu sei anche un editor, un curatore, un lettore e un ghostwriter per diverse case editrici: lavori quindi anche “dietro le quinte” di un romanzo. Com’è lavorare con o per un autore rispetto a esserlo in prima persona?

Ci vuole cura, rispetto e tanto ascolto. Ho avuto modo di lavorare negli ultimi dieci anni con molti editor, direttori editoriali, agenti letterari, autrici e autori, e tutti mi hanno insegnato qualcosa. Lavorare per gli altri è rispettare una storia e un punto di vista che sono anche distanti da noi, mediando perché alla fine del lavoro, sul tavolo, ci sia la miglior versione possibile di quel testo. Di base c’è sempre il rispetto per la voce di uno specifico autore, nei limiti del possibile e della correttezza professionale. Ho avuto modo di scrivere a quattro mani, di nascondermi dietro pseudonimi, di firmarmi con altri nomi e sempre ho cercato di tenere in mente, ben chiaro, il libro. Anche in questo caso, la storia, l’idea, il libro devono avere la precedenza su tutto.     

  • L’Italia è un paese in cui si scrive molto e si legge poco. Quali sono secondo te i tre libri che non devono mancare nella libreria di uno scrittore che voglia definirsi tale?

Evitando di mettermi a citare solo i grandi classici del passato e concentrandomi unicamente sull’oggi, magari solo sulla narrativa fantastica e per ragazzi, per quanto mi riguarda i tre libri (ma in generale i tre autori) che non possono mancare – lo rimarco, oggi – sono i seguenti. Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley nella sua recente, nuova traduzione per HarperCollins Italia, perché l’autrice è una di quelle voci che hanno saputo intercettare non solo un momento storico, ma un insieme di oscillazioni sociali, culturali e planetarie di portata storica. Le nebbie di Avalon è uno di quei libri in grado di cambiare la vita, così come tutto il Ciclo di Darkover, della stessa autrice. I suoi libri mi hanno davvero cambiato la vita.

La storia infinita di Michael Ende, perché oltre a essere un grande classico che va oltre le definizioni ogni volta che si rilegge mostra un nuovo aspetto, una complessità, un dettaglio che sembrava ininfluente e che spalanca mondi su mondi.

Infine IT di Stephen King perché è emblema della paura, quella che si prova da ragazzi e da adulti. È il timore che spinge a essere coraggiosi e a rivelarci per ciò che siamo, accettare ogni lato del nostro vero essere. E se non bastasse questo, è un romanzo di formazione scritto dannatamente bene. Ma anche qui, ecco, si affaccia l’esigenza di contemporaneità, ci mostra il dove stiamo andando, e l’intercetta in un sentimento più generale e più ampio. I grandi scrittori ci riescono sempre.  

Grazie per la tua disponibilità Luca e a presto!

Tempo di lettura 6 minuti.

Irena Trevisan

 

 

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