“Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood

Si dormiva in quella che un tempo era la palestra. L’impiantito era di legno verniciato, con strisce e cerchi dipinti, per i giochi che vi si effettuavano in passato; i cerchi di ferro per il basket erano ancora appesi al muro, ma le reticelle erano scomparse. Una balconata per gli spettatori correva tutt’attorno allo stanzone, e mi pareva di sentire, vago come l’aleggiare di un’immagine, l’odore acre di sudore misto alla traccia dolciastra della gomma da masticare e del profumo che veniva dalle ragazze che stavano a guardare, con le gonne di panno che avevo visto nelle fotografie, poi in minigonna, poi in pantaloni, con un orecchino solo e i capelli a ciocche rigide, puntute e striate di verde. C’erano state delle feste da ballo; la musica indugiava, in un sovrapporsi di suoni inauditi, stile su stile, un sottofondo di tamburi, un lamento sconsolato, ghirlande di fiori di carta velina, diavoli di cartone e un ballo ruotante di specchi, a spolverare i ballerini di una neve lucente.

Chissà se Margaret Atwood, scrivendo queste righe nel 1984, avrebbe mai immaginato il longevo successo del suo Racconto dell’ancella. Un libro discusso e controverso, premiato e apprezzato: verrebbe da dire amato e odiato, perché di fronte al crudo mondo che mette in scena è difficile non prendere una posizione manichea. Si è parlato così tanto di questo romanzo che sembra quasi superfluo attribuirgli un giudizio complessivo; e, d’altra parte, è il testo stesso, che vibra di una spiazzante eloquenza, a non ammettere troppe repliche.

La trama è arcinota. La Terra di un prossimo futuro è in ginocchio a causa di guerre e inquinamento radioattivo, e nel nord America il malcontento suscita, per reazione, l’instaurazione di un regime totalitario volto a soffocare ogni forma di libertà. Nella nuova realtà inquadrata dal terrore e dalla fredda reiterazione di regole oppressive, governata da dei Comandanti, le donne vengono svuotate di ogni identità: divise tra “ancelle” in età fertile, di proprietà dei gerarchi per meri scopi riproduttivi, “nondonne” (sterili o troppo anziane), serve, guardiane e prostitute, le figure femminili esistono esclusivamente in qualità di “contenitori” in funzione di un potere dispotico e prettamente maschile.

A raccontare la propria vicenda è un’ancella, Difred. Una figura talmente umiliata e asservita da risultare a tratti enigmatica, perché, per certi versi, volutamente privata di una personalità distinta. Immobile tra l’accettazione e l’incapacità – fisica e morale – di reagire, Difred analizza la dimensione umana che la circonda quasi con freddo distacco, svilita nella propria attitudine al giudizio, all’azione, al discernimento. I ricordi di Difred si accavallano in un mosaico appannato, che mescola il passato – sereno nella propria natura ordinaria – all’orrore del presente attraverso una patina di inerte e forzata remissività.

Nelle poche righe dell’incipit è già chiaro un senso di malinconica acquiescenza, di un’inquieta afflizione che attribuisce a un tempo ormai lontano colori, suoni e odori di pura, semplice vita. Negli occhi di Difred si accavallano immagini di periodi e circostanze diverse, che si rincorrono l’una con l’altra senza tregua in quello che appare come un elenco di echi sbiaditi dettati da una percezione istintiva, quasi onirica. Il turbinio delle feste che, anni prima, anima la palestra – al presente trasformata nel dormitorio di una sorta di caserma femminile –, giustappone senza alcun filtro di rigore sensazioni di diversa natura, dal bagliore degli specchi a una melodia distante; gli odori delle partite di basket si confondono in un vortice di astratta varietà; e quello che risulta palese è la ricerca spontanea, incontrollata, di una sequenza di emozioni priva di punti fermi, priva delle cesure e delle barriere tipiche della rigidità del presente, di un’euforia ubriaca di sguardi, profumi e luci intrappolati in un limbo ormai remoto.

Ogni riga del Racconto dell’ancella tende alla straniante contrapposizione tra soggettività e fredda chiusura, ma relega la sfera emotiva a una volontà piegata, derubata di ogni slancio. Si ha la costante sensazione – già palese nell’incipit – di non riuscire a sondare l’intima natura della protagonista; ma, soprattutto, si ha quasi la certezza che la protagonista stessa abbia “dimenticato” le proprie fattezze caratteriali, soffocate da strati di abiti forzatamente sobri, da una negazione di femminilità che, paradossalmente, sussiste proprio per la sua capacità generativa. Il romanzo della Atwood non lascia indifferenti: a prescindere dal monito implicito, dalla forza provocatoria o dalla vera o presunta valenza “femminista”, Il racconto dell’ancella è un esempio di architettura narrativa dal fascino incisivo. 

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