Spaghetti con acciughe

Pina era la maggiore di cinque. Tutti umili per economia ed ambizioni, tranne lei ch’era nata protesa all’elevazione di spirito e cervello. Non un fatto di famiglia sfuggiva al suo consenso o dissenso, facendo Pina le veci di una madre e un padre che non potevano dar conto a null’altro che alla farina 00. Così Antonella, per esempio, temette anzitutto il giudizio di questa sorella quando, sedicenne, fece la fuitina con Pippo. E così l’ultimogenita Maria Luisa, detta Cabau, quando puntò un forestiero di provincia che aveva il difetto di dimorare a seicento metri d’altezza dalla costa messinese. 

A Pina, elegante, rocciosa e volitiva, bastò un quattro e quattr’otto per posizionarsi da quella modestia d’origini sino al benessere di tasca. Era balzata rapida nella cancelleria del Tribunale di città e, quando tutti le avevano fatto l’occhiolino per sapere a quale santa intercessione una figlia di panettieri avesse affidato la vittoria d’un così arduo concorso pubblico, lei aveva risposto d’aver giusto messo in atto i dettami della legge d’attrazione e quelli del pensiero positivo che crea il desiderato. In realtà, io ricordo mia zia a lungo china su tomi ma devo altresì convenire che, quel “pensiero positivo che crea il desiderato”, è un principio energetico che davvero le tornò profittevole a vita. 

Come quella volta in cui il custode del museo degli oggetti della Bardot regalò a Pina, collezionista di ricercatissimi copricapi, proprio un cappello appartenuto a Brigitte. Quasi ella si facesse leggere il pensiero ed esaudire! Dipoi quel medesimo berretto, tenuto come fosse un ordito d’oro, un pomeriggio le volò via dalla testa a causa d’un forte vento dello Stretto. Pina per nulla si scompose e solo disse a me ch’ero al suo fianco: << se lo rincorriamo, perdiamo dignità e classe. Vedrai che, se invece manteniamo la calma, lo ritroveremo >>. Diverse centinaia di metri più in là, lungo il Viale San Martino, il cappello di Brigitte Bardot ci guardava inchiodato sul marciapiede e aspettava d’esser raccolto dalle mani di mia zia, la quale si chinò e gli esclamò: << ora ti debbo portare in lavanderia! >>. Ciò che stava saldamente fissando quel gioiello al suolo era, difatti, un piccolo promontorio di bisogni di cane.

Con la medesima allure, un mattino che passeggiava sulla spiaggia, Pina raccolse direttamente dalle mani di un’onda del mare di Rometta proprio quella scarpa destra che, un’onda al contrario del mare di Falcone, le aveva portato via un pomeriggio di tre giorni prima. Lei accolse la sua scarpa smarrita come fosse un ritorno ovvio, semplicemente esclamando: << Paio ricomposto! >>. 

E, mentre la si guardava tutti con stupore per i misteriosi accaduti che la concernevano, la bellissima Pina coniugava umiltà e charme lavorando in un ambiente d’alto conto, acquistando parure di preziosi, abiti alla moda di cui pretendeva il “made in Italy” e il “100% fibra naturale”, costose riviste Cosmopolitan, biografie delle più grandi donne, manuali di bon ton, scampoli di sete pregiate, bambole rare, trucchi di alta qualità, profumi griffati, oggetti di design, vacanze all’estero…

Le nipotine per l’intanto annusavano il suo stile e imparavano che, nel futuro, avrebbero dovuto vivere come treni in corsa col corpo e con la mente ma anche come treni a riposo con lo spirito. Cosicché nessuno le avrebbe mai potute davvero fermare.

A Natale, quando tutti per tradizione stavamo in famiglia attorno a una tavola a scartare regali nient’affatto sorprendenti, quelli di zia Pina erano i più attesi (e, per dire il vero, temuti) giacché consistevano nell’indicazione, evidenziata su un riservato foglietto, della dote caratteriale che giustappunto mancava al destinatario della busta sigillata. Più volte a me toccò di ricevere “la costanza”. Me la donò fino a che davvero non la possedetti. Un 25 dicembre zia Pina mi offrì invano il “realismo”. I doni veri, o quelli materialmente tali, la zia li consegnava fuori stagione, quando meno li si aspettava… ma era da quelli immateriali che si traeva il maggior beneficio essendosi, quel proiettore con cui illuminava i nostri limiti, per molti di noi nipoti tramutato nell’obiettivo o financo nel traguardo di superarli.

Surreale Pina, talmente surreale d’aver fatto la single per scelta in un tempo e un luogo in cui le donne ambivano solo d’esser fatte mogli. 

Il suo primo marito lo scelse ch’era più vicina ai settanta che ai sessanta: un ex capitano di lungo corso ora dedito al teatro di beneficienza, esperto di pesce di mare, che d’esperienze ne ha da narrare perfino più di lei. Parte dell’anno la coppia dimora in una casetta a due piani su una baia che vede Scilla e Cariddi molto vicine fra loro, fronte Torre Saracena col Pilone a lato. Al mattino presto, i due accolgono le barche cariche di pesci che ballano ancora con occhi brillanti, indossano abiti lamé e spargono intorno il profumo del mare. Pina e Nicola li ammirano, li scelgono, li cucinano e spesse volte li consumano seduti sulla barchetta di legno colorato che da tempo si è arenata su quella spiaggia tutta sassolini e conchiglie, a prosieguo di una distesa d’acqua limpida dove Ionio e Tirreno ogni attimo vorrebbero sposarsi senza mai riuscire a trovare un prete.

Fra i loro piatti forti v’è questa semplice ricetta degli spaghetti con le acciughe. 

 

Ingredienti per 4/5 persone

 

 

500 g di acciughe freschissime

30 ml olio evo

1 spicchio d’aglio intero

5 pomodori datterini  

una piccola manciata di prezzemolo tritato

20 g di pinoli

20 g di uvetta sultanina

500 g di spaghetti n. 12 

pecorino grattugiato q.b. 

peperoncino piccante q.b.

 

ESECUZIONE

 

1. Prima d’ogni cosa lavate il pesce in acqua salata, evitando lo strofinio e togliendo la lisca centrale senza sfaldare intorno. Indi tagliatelo a pezzetti grossolani, lasciando intera qualche piccola acciuga.

2. In padella scaldate l’olio e adagiatevi lo spicchio d’aglio, sino a doratura. Quindi integrate i pomodorini spelati e tagliati a pezzetti. Non appena codesti si ammorbidiranno, schiacciateli con un cucchiaio di legno e gettate dentro tutte le acciughe, il prezzemolo, i pinoli e l’uvetta rinvenuta. Salate molto leggermente.

3. Saltate per pochi minuti, fino a che il pesce prenda il colore del cotto e, se notate stia risultando un condimento troppo asciutto, aggiungete qualche cucchiaino d’acqua di cottura di quella pasta che, per l’intanto, avrete messo a sobbollire in una pentola alta ove avrete versato anche 5 ml d’olio evo. 

4. Tornate ad osservare le acciughe e non mescolate troppo, affinché il pesce non vada frantumato. Non preoccupatevi se vedrete delle spine in eccesso poiché, codeste, sono parte della bontà stessa delle acciughe. Togliete l’aglio ed irrorate con un giro d’olio crudo.

5. Scolate al dente gli spaghetti e, conservando ancora un po’ dell’acqua di cottura da aggiungere ove serva, saltateli in padella col pesce solo dopo aver messo da parte giusto 5 cucchiaiate del composto e i pescetti interi che ben distribuirete sulla cima dei piatti per una bella presentazione.

6.  Completate se vi piace, come piace a me, con una leggera spolveratina di pecorino – sì, scritto proprio “pecorino” – e un pizzico di peperoncino piccante ben sminuzzato. 

                                       

By Rossella Arinisi

5 pensieri su “Spaghetti con acciughe

  1. Avatar
    Antonella De Tommaso dice:

    Rossella Arinisi, continui a incantare con le tue storie, vere o un po’ fantasticate dalla tua immaginazione, ma belle un po’ fanno sorridere un po’ sognare. Non smettere mai di deliziarci con la tua penna magica.

    • Avatar
      Rossella dice:

      Grazie Antonella! Che bello ciò che mi scrivi! Eppure sai che le mie Storicette, per quanto sembri impossibile, narrano di fatti realmente accaduti e di persone vere al 100%? A volte, uno stile linguistico inconsueto può bastare a rendere più fiabesca la realtà. Questa è la magia della scrittura. Alla prossima! Rossella

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