“Vita di Pi” di Yann Martel

Vita di Pi è un romanzo di formazione, per chi ha letto il libro di Yann Martel, oppure un survival drama, per chi ha visto il suo omonimo adattamento cinematografico ad opera di Ang Lee, premiato con quattro statuette agli Oscar. La storia di Piscine Molitor Patel, detto semplicemente Pi, non è soltanto la storia di un ragazzino indiano, ma rappresenta la lotta per la vita, raffigurata in una terribile e fantastica avventura in cui la fede in Dio, qualunque nome egli abbia, ha un ruolo fondamentale. Può simboleggiare l’emblema del traghettamento dall’adolescenza all’età adulta, ma anche una dolce magia. 

La storia

La trama è un lungo flashback che Pi, ormai adulto e sposato con due bambini, racconta a uno scrittore in cerca d’ispirazione. L’origine del nome di Pi è alquanto bizzarra: sarebbe il nome di una piscina pubblica di Parigi (appunto Piscine Molitor) suggerito dal più caro amico del padre, poiché riteneva essere il miglior luogo in cui avesse mai nuotato.

Pi è cresciuto nello zoo di Pondicherry, una città della parte francese dell’India, i cui animali erano di proprietà del padre. Vivendo a stretto contatto con loro Pi, data la sua sensibilità, cerca di entrare in empatia con essi leggendo la loro anima, a differenza del padre che li considera solo bestie istintive. Pi, nel frattempo, si avvicina alla fede seguendo tre religioni, l’Induismo, il Cristianesimo e l’Islam. A causa dei problemi economici della famiglia, il padre di Pi pianifica di trasferirsi in Canada, partendo su un’imbarcazione mercantile. La traversata del Pacifico non si rivela facile. Le acque sono molto mosse. Gli animali vengono imbottiti di calmanti per affrontare il viaggio, ma una grave tempesta si abbatte sulla nave, che imbarca acqua e inizia lentamente ad affondare nella fossa delle Marianne. Il bilancio è molto grave. Sulla lancia di salvataggio, sopravvissuti per miracolo, ci sono solamente Pi, una zebra ferita, un orango e una iena. Sono da soli, in pieno oceano. L’effetto dei tranquillanti si esaurisce e la iena ben presto si risveglia con un unico istinto, sedare la sua fame. Mangia prima la zebra ferita e dopo l’orango. Quando Pi, arrabbiato e un po’ spaventato, è sul punto di aggredire la iena, sbuca improvvisamente da sotto il tendone Richard Parker. Un altro superstite. Ma Richard Parker non è un uomo, ma una feroce tigre del Bengala. 

Un manuale di sopravvivenza 

Pi deve cercare di non morire divorato dalle onde dell’oceano, dalle enormi fauci di Richard Parker o dagli squali che gli vorticano intorno. Deve imparare a domare non solo i pericoli intorno a lui, ma anche il suo dolore. Il suo manuale di sopravvivenza sarà la fede in Dio e i miracoli si manifesteranno in diverse occasioni: la pioggia per placare la sua sete e quella della tigre, i pesci volanti per non sentire più i morsi della fame e l’approdo su un isolotto misterioso abitato da suricati dove durante il giorno potrà lavarsi nello specchio di un piccolo bacino d’acqua dolce e mangiare foglie, ma la notte, per uno strano processo chimico, tutto diventerà velenoso e pericoloso. Sembra una perfetta metafora della vita che dona e sottrae allo stesso tempo.

Lasciato l’isolotto, Pi si rimette in mare con Richard Parker, l’unico essere vivente con cui intrattiene un rapporto affettivo, come fosse un fratello. Il viaggio è interminabile, la fine sembra vicina, ma poi finalmente, ecco spuntare la terraferma, il Messico. Con la faccia nella sabbia, Pi vede Richard Parker balzare dalla lancia e allontanarsi nella fitta giungla dinanzi a loro. Quando i primi esseri umani lo trovano per soccorrerlo, Pi sta piangendo copiosamente, soprattutto per l’abbandono inaspettato della tigre.

A seguito del naufragio, i periti assicurativi del mercantile interrogano Pi, ma non riescono a credere al suo incredibile racconto. Allora lui cambia versione, narrando che la iena era il cuoco scorbutico della nave che aveva ucciso sua madre (l’orango) così lui (Richard Parker) ha difeso la madre uccidendo il cuoco. Quest’ultimo passaggio rappresenta come ci sia qualcosa di umano negli animali e qualcosa di animalesco nell’uomo. 

“Ho lasciato tanto alle mie spalle, la mia famiglia, l’India, lo zoo… Io penso che alla fine tutta la vita non sia altro che un atto di separazione. Ma la cosa che mi crea più dolore è non prendersi un momento per un giusto addio. Non ho potuto ringraziare mio padre per tutte le cose che ho imparato, né dirgli che senza le sue lezioni non sarei mai sopravvissuto. Sì, Richard Parker era una tigre ma avrei tanto voluto dirgli grazie per avermi salvato la vita, ti voglio bene, sarai sempre dentro il mio cuore, che il Signore sia con te.”

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