Il morso del mamba – Kobe Bryant

Oggi non è una data come tante. Il 24 febbraio 2020 verrà ricordato come l’unione indissolubile di due numeri,  il 24 e il 2, appartenuti ad un padre e ad una figlia. Oggi il mondo del basket e dello sport in generale è in lutto. Oggi, allo Staples Center di Los Angeles, si terrà la commemorazione delle vittime dell’incidente aereo del 26 gennaio scorso in cui hanno perso la vita, tra gli altri, Kobe Bryant e sua figlia Gianna.

Oggi anche l’Accademia della scrittura vuole partecipare al ricordo della stella dei Lakers con la recensione di uno dei libri a lui dedicati “Il morso del Mamba, Kobe Bryant” di Fabrizio Fabbri e Edoardo Caianiello.

Oggi la sua storia, le sue parole e i suoi sogni hanno un sapore diverso.

“Fare quello che ti piace di più. Farlo al massimo. Farlo cercando di essere il migliore di tutti, sempre. E seguire tutte le strade lecite per diventarlo. Quando fai la cosa che ami di più, l’ossessione è naturale”. 

Kobe Bryant

Kobe Bryant si potrebbe definire in tanti modi, ma forse quello che più lo ha caratterizzato, al di là di numeri e successi, sono parole come orgoglio, volontà, dedizione al lavoro e obiettivi definiti. Eh sì, perché lui le idee le aveva chiare fin da bambino, sarebbe diventato una stella dell’NBA e avrebbe emulato (se non addirittura superato) il suo mito Michael Jordan, di cui studiava ogni singolo movimento.

Ma il successo non avviene senza impegno, sacrificio e una sana spavalderia tipica dei giovani e degli audaci. E Kobe Bryant era sicuramente un giovane audace, che si è imposto sui parquet della lega professionistica della palla a spicchi più seguita e famosa del mondo. Tutto ha avuto un prezzo, che forse oggi, alla luce degli ultimi avvenimenti, risulta decisamente troppo caro.

Italia: un tour tra amatriciana, ribollita, soppressata e tortellini 

La storia di Kobe Bryant comincia proprio a casa nostra, in Italia, dove è approdato con la famiglia grazie ad un ingaggio proposto a suo padre Joe, ormai trentenne e ad un importante bivio nella sua carriera di cestista. Ignorato dall’NBA raccoglie l’invito del patron della Sebastiani Rieti e inizia così la sua permanenza nel Bel Paese. Il piccolo di casa segue il papà ovunque, agli allenamenti e alle partite, indossando una canotta di “Jellybean”, soprannome di Joe, che, vista la sua ancora piccola statura, gli arriva quasi fino alle caviglie.

Muove i suoi primi passi sui parquet italiani e giorno dopo giorno studia e impara nuovi movimenti che sfodera a canestro appena ne ha occasione. La sua, a chi sa andare oltre a quel fisico da mingherlino, è la storia di un predestinato. La famiglia Bryant, negli anni trascorsi in Italia, fa un tour di diverse città in cui la famiglia prende sempre più confidenza con la lingua, il cibo e la cultura. Un viaggio tra i palazzetti di Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Fino a quando la parentesi di Joe si chiude, è ora di tornare in patria e far sbocciare il talento del giovane Kobe.

Ritorno in USA: dalla Lower Marion all’NBA

Kobe torna a Philadelphia, la città dell’amore eterno, con la famiglia e la prima vera scelta è la scuola. La decisione cade sulla Lower Marion. Il giovane talento ha in mente solo un obiettivo, il mondo del professionismo, e la sua giornata è cadenzata da serrate sessioni di allenamento.

Qualcuno conclude con frettolosa ironia che la sua potrà essere al massimo una carriera mediocre, ma i più invece cominciano a scorgere la sua etica del lavoro condita da impegno e determinazione. E ben presto i risultati non tardano ad arrivare. Su di lui si concentrano gli occhi delle maggiori Università statunitensi, ma Kobe sceglie di non accontentare qualcun altro, ma solo se stesso, partecipando al draft all’età di 18 anni e accedendo quindi direttamente all’NBA senza passare da un ateneo. Scelta azzardata, solo per gli audaci talentuosi, ma per lui indubbiamente vincente. Ed è così che finalmente gli si spalancano davanti i portoni del professionismo del basket americano.

I Lakers: Phil Jakson e Shaquille O’ Neal 

Il giallo e il viola dei Lakers hanno colorato la carriera di Kobe. Los Angeles, soprattutto sotto la guida del coach mentore Phil Jackson, è stato terreno di grandissime soddisfazioni, che lo hanno fatto maturare come giocatore prima e come uomo poi, avviandolo alla conquista di titoli personali e di squadra da far invidia ai migliori professionisti sportivi. Ma si sa, ogni medaglia ha un suo rovescio, e anche quelle più brillanti nascondono un lato fatto di momenti bui, difficoltà, incomprensioni e disaccordi.

I Lakers sono stati un po’ tutto questo, alti e bassi, ma a condizionare maggiormente lo spogliatoio è stato il difficile rapporto con Shaquille O’Neal, fuoriclasse con un carattere opposto a Kobe. I due hanno alternato attimi di tregua ad altri di tensione alle stelle, come loro, che talvolta era difficile far brillare sotto lo stesso cielo. E, come lo stesso Kobe proclamava, lui e Shaq non erano amici, avevano un’idea diversa del lavoro e di come si arrivava al successo, ma di certo non ci sarà mai più un duo come loro.

La Nazionale USA di Coach K 

Per ogni sportivo vestire i colori della nazionale ha sempre avuto un ruolo dal forte impatto emotivo, e Kobe non è immune al suo fascino. Ed è così che le strade della stella dei Lakers e quella dell’impronunciabile e vincente coach Mike Krzyzewski si incontrano e che porteranno entrambi a vincere tre medaglie d’oro. È proprio coach K a ricordare il momento dell’approdo di Kobe nel team Usa. La sua fame di vittoria era palpabile, come sempre. E, nonostante avesse già vinto cinque anelli della NBA, voleva aggiungere la medaglia d’oro della Nazionale alla sua personalissima e ricca collezione. E ci è riuscito. Ci sono riusciti insieme. Difendere la patria, per qualunque missione, è orgoglio profondamente intriso nello spirito americano e Kobe in questo non fa eccezione.

Idee, sogni e progetti 

La consapevolezza del proprio talento obbliga ad un duro lavoro, per non sprecarlo e farlo rendere al meglio. Ogni duello sportivo può aiutare a crescere sia dal punto di vista umano che professionale. E il basket è uno sport di squadra, tale per cui il singolo, seppur con grandissime doti tecniche, deve mettersi a servizio dei compagni, dell’allenatore e dello staff, per far sì che si possano ottenere risultati importanti.

Ognuno ha bisogno dell’altro per completare l’opera. Kobe era e rimarrà un grandissimo campione e il calco della sua mano e dei suoi piedi, impresso a febbraio del 2011 sulla celebre Walk of Fame di Hollywood, rende onore a lui, che nel basket era soprannominato Black Mamba, il serpente più veloce del mondo.

Fabrizio Fabbri e Edoardo Caianiello sono giornalisti, con all’attivo diverse collaborazioni con il settore della pallacanestro, di cui sono entrambi grandi tifosi. 

Il libro è scritto in maniera scorrevole e, anche per chi non è così appassionato di basket, è interessante e di facile lettura e comprensione, nonostante i riferimenti al gioco che ovviamente sono inclusi per rappresentare al meglio le gesta sportive del protagonista. Nei diversi capitoli si alternano foto, pensieri di persone intorno a Kobe, dati della sua carriera, con un occhio di riguardo nel cercare di descrivere i fatti nel modo più veritiero possibile.

Leggere oggi questo libro ha un significato aggiuntivo, perché dietro ad alcune affermazioni incombe l’ombra di un destino che ha colpito la stella dei Lakers e l’amata figlioletta. Era presto, troppo presto. Ma ciò che ha fatto Kobe rimarrà negli annali, nei record e nei ricordi di tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarsi e scontrarsi con lui. 

Di Kobe Bryant si potrebbero raccontare ancora di  più le gesta, la rivalità con i compagni, la voglia di migliorarsi sempre, il mito di Michael Jordan. E non solo. Si dovrebbero anche snocciolare tutti i dettagli legati alla sua sfera più intima e privata, la moglie Vanessa, le figlie, mamma e papà, e le sorelle.

Un uomo con pregi e difetti 

Dietro ad un grande campione che brilla sotto i riflettori c’è sempre un uomo, con pregi e difetti. Adesso, alla luce della sua drammatica scomparsa, le sue parole, le sue giocate e il suo sorriso beffardo hanno un sapore agrodolce, per tutto quello che ha conquistato e per i progetti che, ahimè, sono rimasti incompiuti.

Come quello di tornare nella sua seconda patria, l’Italia, a gironzolare per le strade, a mangiare la sua amata pastasciutta dialogando con quelle inflessioni gergali che sono un po’ un mix delle città in cui ha vissuto da ragazzino. E allora immaginiamolo così, a giocare con sua figlia Gianna, che stava seguendo le orme del padre come lui stesso aveva fatto con Joe, nel palazzetto della sua amata Rieti. Volate a canestro, in alto, nessuno può fermarvi.

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