“Le dodici domande” di Vikas Swarup

Sono stato arrestato. Per aver vinto a un quiz televisivo.

Sono venuti da me ieri a notte fonda, quando anche i cani randagi erano andati a dormire. Hanno buttato giù la porta, mi hanno ammanettato e condotto fino alla jeep, che mi aspettava fuori con i lampeggianti rossi accesi.

Non ci sono state sceneggiate. Neanche un vicino si è mosso dalla sua baracca. Soltanto il vecchio gufo sull’albero di tamarindo si è messo a fischiare per il mio arresto.

A Dharavi gli arresti sono ordinaria amministrazione, almeno quanto i borseggiatori sui treni locali. Non passa giorno senza che un disgraziato del quartiere venga portato alla stazione di polizia. Ci sono quelli che gridano e scalciano, e i poliziotti devono trascinarli di peso. E ci sono quelli che rimangono tranquilli. Quelli che addirittura ci sperano nell’arrivo della polizia, anzi, forse lo aspettano. Per loro, l’arrivo di una jeep con i lampeggianti rossi accesi è un vero sollievo.

Non c’è niente di più efficace di un incipit contraddittorio. “Sono stato arrestato per aver vinto a un quiz televisivo”: un paradosso in grado, in pochissime parole, di rompere un equilibrio, di scardinare le ordinarie aspettative di un mondo prevedibile. Un mondo dove a un vincitore spetta un premio, non la galera. Quella di Ram Mohammad Thomas, il protagonista de Le dodici domande, è in effetti una realtà tutt’altro che immune da contrasti e discordanze. È un’India dove le disuguaglianze sociali riescono a contrapporre la ricchezza alla povertà in modo così profondo da cambiare la natura stessa del regolare scorrere degli eventi.

Ram Mohammad Thomas porta già nel nome un’accozzaglia di elementi: indù, musulmano, cristiano. E, sotto l’etichetta, una giovane esistenza che infila uno dopo l’altro episodi e ricordi che oscillano, come nella più estrema delle contraddizioni, tra tragedia e commedia. È cresciuto in un orfanotrofio, adottato e poi rifiutato, ha assistito a più di un omicidio, ha sperimentato l’estrema indigenza delle baraccopoli, della fame e della malattia. Ma ha anche conosciuto personaggi singolari dalle mille storie, ha sognato di fronte agli schermi la magia di Bollywood, ha vissuto straordinari rovesci di fortuna e, soprattutto, ha imparato il valore dell’amicizia e dell’amore. Ram si muove tra buona sorte e disgrazia come un meraviglioso equilibrista: rapido nel cogliere le opportunità, esprime costantemente una furbizia pragmatica, appresa sul campo, sulla strada. Su quelle strade di vita che l’hanno sempre costretto a proseguire, nel bene o nel male, con buon senso e integrità.

Il giovane Ram ha diciotto anni quando partecipa a un quiz televisivo molto noto: Vuoi vincere un miliardo?, la versione indiana del più celebre gioco a premi di matrice occidentale. Non ha avuto l’opportunità di studiare, di crearsi una cultura, di plasmare il suo destino dalle pagine di un libro. Sulla carta, ha ogni probabilità di perdere alla prima domanda. Ma le domande, in breve, diventano dodici. Dodici interrogativi che portano Ram fino alla cima, a quel miliardo di rupie in grado di cambiare per sempre la sua esistenza; dodici risposte che dimostrano come, a volte, la fortuna e l’esperienza di una vita possano davvero determinare la sorte di un uomo.

Ram verrà arrestato perché ritenuto un impostore. Nell’India delle antitesi è verità assoluta che nessuno possa oltrepassare con un balzo, attingendo alle sole forze, la voragine che divide chi ha infinite possibilità e chi, dalla nascita, non ha altro che quella di sopravvivere. Sarà il suo avvocato, Smita, a cercare la verità nella storia di Ram, per trovare quel sottile filo rosso che unisce le dodici domande e che giustifica la sua vittoria. Ecco che, sin dalle prime righe, troviamo il capo di quel filo in una baraccopoli dove non solo un arresto è all’ordine del giorno, ma persino un sollievo. La potenzialità di stringere delle nuove catene in grado di smantellare quelle dell’abitudine, della disperata reiterazione di gesti quotidiani privi di un punto di svolta. Attendere in fila per attingere un po’ d’acqua, dormire accanto ai cani randagi e sfidare la folla sui treni locali pieni di borseggiatori. In una dimensione dove l’arrivo della polizia è un conforto, la vittoria di un miliardo di rupie attraverso il patinato filtro di uno studio televisivo appare talmente lontana da produrre un effetto, ancora una volta, quasi tragicomico.

Così come tragicomico sembra, infine, il ruolo stesso di Ram. Un anti-eroe così “anti” da rifiutare ogni schema, costretto a plasmare il proprio destino giorno dopo giorno da un incrollabile spirito di sopravvivenza che, più che eroismo, ricorda semplicemente un innato istinto di conservazione. Non c’è, in Ram, una vera premeditazione, un reale progetto, uno scopo; c’è la consapevolezza di far parte di un mondo dove non si può far altro che andare sempre avanti, una domanda alla volta, con la speranza di vedere sempre l’alba successiva. O, una volta tanto, un miliardo di rupie.

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