Revolutionary Road di Richard Yates

L’ultima eco della prova generale si spense, e gli attori della Compagnia dell’Alloro si ritrovarono senza altro da fare che starsene lì, silenziosi e smarriti, a guardare oltre le luci della ribalta verso una platea deserta, battendo le palpebre; osavano appena respirare, mentre la figura tozza e solenne del regista emergeva tra le nude sedie per raggiungerli sul palcoscenico e dalle quinte tirava fuori, trascinandola rumorosamente, una scala doppia, vi saliva fino a metà, e da qui si voltava e gli diceva, raschiandosi più volte la gola, che erano tipi maledettamente in gamba e che era proprio un piacere lavorarci assieme.

«Non è stato un lavoro facile», disse, e i suoi occhiali mandarono freddi barbagli, mentre girava lo sguardo qua e là per il palcoscenico. «Abbiamo avuto un sacco di problemi da risolvere e, se devo essere sincero, ero quasi rassegnato a non aspettarmi granché. Be’, sentite: può darsi che quello che dico vi sembri retorico e sentimentale, ma stasera, in questo teatro, è accaduto qualcosa: me ne stavo a sedere lì, nel buio, e all’improvviso ho sentito dentro di me che per la prima volta tutti quanti stavate mettendoci il cuore, in quello che facevate». E allargò le dita di una mano sul taschino della camicia, a indicare che cosa semplice, fisica, fosse il cuore, poi strinse a pugno la mano, per agitarla lentamente, senza dir parola, durante una lunga e drammatica pausa, socchiudendo un occhio e sporgendo il labbro inferiore inumidito in una smorfia di trionfo e di orgoglio. «Rifatelo domani sera», disse, «e sarà uno spettacolo coi fiocchi».

Non sembra casuale la scelta di Richard Yates di aprire il suo sublime Revolutionary Road con l’immagine di un teatro vuoto. Al di là delle luci della ribalta c’è una platea deserta, popolata di “nude sedie”; sul palco, un gruppo di attori “silenziosi e smarriti”, in attesa di un’approvazione, di una conferma, di un cenno di assenso. Di una piccola svolta in grado di riempire uno spazio buio; che, tuttavia, nemmeno nelle parole del regista trova un antidoto alla propria inconsistenza. Tra gesti enfatici e melodrammatiche pause, smorfie di trionfo e mani sul petto, la figura non fa altro che sottolineare, nella sua stessa esasperazione, un generale senso di appiattimento.

Benché la vicenda sia ambientata nella prospera America del 1955 – negli anni del benessere, delle lavatrici e delle grandi automobili –, tra le pagine di Revolutionary Road domina un’atmosfera di inquietante disorientamento. Frank e April Wheeler sono il ritratto convenzionale della media borghesia: abitano nella zona residenziale di Revolutionary Hill (Connecticut), hanno due bambini e un matrimonio privo di slancio. Frank è un impiegato, come suo padre prima di lui, in un’era in cui i computer e i cellulari non hanno ancora preso il posto delle scartoffie polverose; April è una casalinga inappagata che cerca nella recitazione amatoriale un guizzo che sembra ormai perduto. Frank e April sono profondamente annoiati. Tediati dalla propria stessa banalità, inermi nella propria vuotezza intellettuale, appesantiti da un’esistenza fatta di sigarette, futili cene tra vicini di casa, convenzioni sociali che amplificano un senso di desolazione.

L’abitudine, in uno stillicidio di gesti quotidiani privi di passione, non fa altro che compromettere la moralità di Frank, April e delle genti alla deriva di Revolutionary Hill. Sotto la patina della facciata si sviluppano profondi disagi: rapporti senza amore, sterili tradimenti, fredde amicizie, il rifiuto della maternità. Un turbamento che, tuttavia, non dà l’impressione di originare alcun tipo di energia. Resta sempre una sensazione di straniante superficialità, di una sorta di folle fragilità priva di direzione incapace di generare un cambiamento. E, in effetti, nemmeno la svolta tragica della vicenda sarà in grado, infine, di toglierle di dosso la gabbia dell’immobilità.

Non si può dire che Revolutionary Road sia lo specchio di un tempo. C’è sicuramente la satira sociale, un esasperato realismo, la volontà di sottolineare un malessere nascosto sotto l’ingannevole filtro dell’ordinario. Ma la scrittura di Yates, unica e perfetta, sfugge a ogni tentativo di classificazione. Indaga con una precisione quasi maniacale i gesti e gli sguardi dei personaggi, lasciando trapelare dalla fisicità una dimensione di pensieri ed emozioni inconsapevoli che va ben al di là delle parole. Intensifica quasi all’eccesso la tragicità di un’esistenza senza scopo e senza forma, scivolando in una comicità agrodolce. Porta all’estremo gli effetti di un viscerale narcisismo che sembra non lasciare spiragli ad alcuna forma di redenzione. La forte oggettività e la concretezza (solo apparentemente prive di giudizi) non fanno altro che riuscire nella magia di allontanarsi del tutto, paradossalmente, dalla realtà. Proprio come un gruppo di attori di fronte a una platea vuota, con nient’altro che l’eco delle proprie battute a risuonare nel vuoto.

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