La condivisione nella comunità letteraria

“Lo scrittore deve affrontare il fatto che entra in una stanza – e che è meglio che vada in quella stanza, è meglio che chiuda quella porta, è meglio che stia lì dentro ed è meglio che scriva – e, qualunque cosa accada, non parli mai con nessuno.”

(Bernard Malamud)

L’isolamento di un autore, tuttavia, non riguarda solo il barricarsi in una stanza per scrivere, affiggendo sulla porta il cartello Non disturbare, creazione in atto.
Il senso della solitudine si può scovare anche nell’incomprensione degli altri.
Ti è mai capitato di essere guardato male da un amico, perché hai preferito la scrittura all’invito di un aperitivo sui Navigli?
Hai mai provato la frustrazione di spiegare ai tuoi genitori, o al tuo compagno/a, che per te scrivere non è solo un hobby?
Bisogna fare il possibile per “alleviare il senso di solitudine, che a volte confina con un vero e proprio senso di isolamento, spesso provato da un giovane scrittore. ” (R. Carver).
Perciò, se la tua risposta alle domande precedenti è “sì”, ti consiglio di andare avanti a leggere.

3 situazioni tipiche d’imbarazzo

Questa sorta d’isolazionismo autoriale nasce probabilmente dalla difficoltà che gli scrittori, o più in generale determinate categorie di artisti, hanno nella condivisione del proprio lavoro.
Ci sono, a mio avviso, almeno 3 situazioni tipiche in cui un giovane (ma anche non tanto giovane) aspirante romanziere, si trova a sudare freddo dall’imbarazzo:

  1. Durante i corsi di scrittura creativa: quando si frequenta un corso, se è un buon corso, all’aspirante autore viene chiesto di eseguire degli esercizi in aula, ma anche di produrre un testo narrativo di senso compiuto, da presentare all’insegnante e ai compagni durante o alla fine delle lezioni. Per esperienza diretta ho riscontrato che le reazioni possono essere due: la mancata esecuzione del compito, giustificata con scuse riciclate dagli anni d’oro della scuola superiore, dando prova di una creatività che invece avrebbe dovuto essere applicata per una storia più interessate. Oppure la corretta esecuzione del compito, ma un’ostinata reticenza a leggere, o far leggere, ad altri il testo scritto.
  2. Quando qualcuno gli chiede a cosa sta lavorando: se le persone che lo circondano hanno un minimo di interesse per la sua passione, prima o poi gli capiterà di “subire” questa domanda. Sentirà la lingua gonfiarsi in bocca, la saliva impiastricciarsi su tutto il palato, e lo stomaco accartocciarsi in un improvviso attacco di colite. Proverà freddo, molto freddo, e il cervello inizierà a macchinare con frenesia, suggerendogli: qualunque cosa rispondi andrà bene. Dalla bocca, invece, usciranno soltanto versi tipo: mah, bah, ehm, veramente, ecco (una di queste, oppure tutte queste cose insieme).
  3. Quando altri autori gli chiedono consiglio: è raro, ma può capitare, e non si troverà più preparato che se scoprisse l’infedeltà della propria compagna/o. La mente, nel disperato tentativo di reagire, cercherà di aggrapparsi con le mani a una parte viscida, incespicherà e perderà la presa, cadendo a terra con un tonfo che gli uscirà dalla bocca come un suono gutturale simile a un rigurgito cavernicolo: Burp!
3 motivi di paura per un autore

Ovviamente non tutti reagiamo allo stesso modo davanti a una richiesta di confronto, nonostante ciò assumere un atteggiamento difensivo è tipico di chi ha, almeno nei casi sopra esposti, delle paure più che normali.
Vediamo quanto mi discosto dalla tua realtà.

  1. Paura del plagio: è uno dei timori più diffusi durante un corso di scrittura creativa, e uno dei più diffusi tra gli artisti in generale. La ritrosia di condividere un manoscritto (racconto o romanzo) nasce dalla preoccupazione che un altro scrittore possa trarne ispirazione per la propria opera, o addirittura pubblicarlo a suo nome. Questa apprensione si può vincere solo se l’autore ha lavorato bene sulla sua particolare voce, sulla costruzione dei personaggi, sulla trama e sui conflitti. Insomma, se con fatica è riuscito a imprimere un timbro personale su ciò che ha scritto. Solo così potrà liberarsi dall’angoscia da plagio perché un altro autore, te lo garantisco, non potrà mai rubare una voce originale e un timbro differenziante.
  2. Paura del giudizio: altro timore molto diffuso. L’autore culla l’idea di un romanzo, gli piace da impazzire, pensa che sia la narrazione più grandiosa nella storia della letteratura. Abbozza addirittura la trama, conosce i personaggi, inizia persino a digitare con timidezza qualche capitolo, eppure alla prima persona che gli domanda: cosa stai scrivendo in questo momento? Non trova il coraggio di rispondere. In fondo è solo una bozza… deve prendere forma… è presto per dire a cosa sto lavorando, perché nemmeno io lo so con certezza… Raccontarsi scuse è normale, in alcuni casi possono non essere scuse, in altri casi invece è il terrore di sentirsi dire che l’idea fa schifo, che è abusata o che manca di personalità. Spesso riceviamo giudizi fin troppo soggettivi da persone che mancano di obiettività, e che magari l’ultimo libro che hanno letto è Il giornalino di Gian Burrasca in terza elementare. Ti faccio tuttavia una domanda: preferiresti scoprire che si tratta di una pessima idea quando, dopo mesi o anni di fatica, hai finito di scrivere tutto il romanzo?
  3. Paura della concorrenza: la riluttanza a dare consigli ad altri (aspiranti) autori talvolta viene interpretata come spocchia, o narcisismo. In certi casi però, è solo soggezione, o l’ansia che il consiglio non sia abbastanza professionale. L’autore sente di doversi misurare con qualcuno che ha la sua stessa aspirazione, magari qualcuno che ha già pubblicato diversi libri, provando un senso di inadeguatezza. Crede di essere impreparato, si blocca, non ha il coraggio di difendere il proprio punto di vista. Questo succede anche perché alcuni autori hanno la tendenza a vedere gli altri scrittori come concorrenti, e non come un gruppo di pari.

Il giudizio di chi ci sta attorno spesso fa sì che la condivisione diventi impossibile, specialmente in una società 2.0 dove ogni individuo è giornalmente sotto osservazione, e postare sui social network può provocare una fobia sociale che conduce inevitabilmente all’autocensura.
Noi, in quanto autori, non possiamo permetterlo.

A cosa serve condividere? 2 miglioramenti importanti

Migliora la tua tecnica di scrittura

Solo un occhio esterno, scelto con giudizio tra tutte le persone che conosci, può darti un parere obiettivo e distaccato sulla tua tecnica di scrittura. Lavorando a un testo, specie se molto lungo, a un certo punto il timbro di cui parlavamo prima ti risuonerà nelle orecchie con così tanta familiarità, da avere difficoltà a riconoscere le note stonate (refusi, ripetizioni, errori grammaticali, uso improprio delle figure retoriche, descrizioni vuote, ecc.). Potresti perdere la capacità di chiarezza, rendendo confusionaria, al lettore, la comprensione del testo. Per questo motivo, in Accademia, esistono servizi come l’editing, la correzione di bozze, la valutazione testi o la scheda di lettura.

Migliora il contenuto delle tue storie

Confrontarsi con le altre persone sulla nostra idea ci farà capire quanto sia avvincente, appassionante, se sta toccando tematiche che possono interessare a un pubblico di lettori. Il confronto può generare un dibattito costruttivo, che migliorerà il tuo punto di vista su quel argomento, ma non solo. Aprendoti agli altri potresti venire a conoscenza che un tuo amico, o un tuo parente, ha vissuto in prima persona proprio il dramma di cui vuoi raccontare. Oppure frequenta a sua volta un amico o un parente, che fa proprio quel lavoro così importante per la caratterizzazione del personaggio principale. Gli altri sono una fonte preziosa di informazioni con le quali possiamo costruire la trama e i personaggi, ma se preferiamo il mutismo a un dibattito aperto e sincero, come facciamo a scoprire che vicino a noi c’è già tutto quello che ci serve?

La comunità letteraria

Dovrebbe esistere un “senso di condivisione comunitaria, di persone tenute insieme da interessi e obiettivi abbastanza simili – una specie di legame di parentela, se volete.” (R. Carver).
La comunanza di obiettivi tra scrittori potrebbe fungere da stimolo in quella che per antonomasia è una professione solitaria. Eppure l’amicizia tra autori esiste da molto tempo.
Uno degli esempi più emblematici è il rapporto tra J. R. R. Tolkien (Il Signore degli Anelli) e C. S. Lewis (Le cronache di Narnia).
Conosciutisi alla facoltà d’Inglese del Merton College, nel 1926, a unirli è stata la passione comune per le saghe nordiche. Un rapporto coltivato soprattutto nello studio di Lewis, al Magdalen, dove i due autori trascorrevano ore a parlare di Asgard, o della poetica dell’Edda. Ci volle poco tempo perché iniziassero a confrontarsi anche sui manoscritti a cui stavano lavorando, tanto che Tolkien, riferendosi a Lewis disse: “il debito impagabile che io ho nei suoi confronti non è tanto un’influenza come la si intende di solito, quanto il puro incoraggiamento. A lungo è stato il mio unico pubblico. Solo lui mi ha messo in testa l’idea che la mia roba poteva essere qualcosa di più di un divertimento privato”.
Altro esempio è quello tra Jean Paul Sartre (La nausea) e Albert Camus (Lo straniero). Amici tra il 1943 e il 1951 (ovvero finché non li divise la politica), rintracciarono attraverso le loro opere quella affinità e quegli stimoli che li fecero crescere tanto come uomini che come scrittori.
Albert Camus, nella critica de “La Nause” (20 ottobre 1939) dirà di Sartre: “Ecco uno scrittore dal quale possiamo aspettarci qualcosa. La facilità con cui resta ai margini del pensiero cosciente, la sua dolorosa lucidità. Sono segnali di un talento innato”.
Delle amicizie tra scrittori ne parla anche Paolo Gulisano nel suo libro “La dove non c’è tenebra” Edizioni Ares. Grazie a questo libro scopriamo le amicizie tra autori illustri: Herman Melville (Moby Dick) e Nathaniel Hawthorne (La lettera scarlatta), tra George Gordon Byron (Don Giovanni) e Mary Shelley (Frankenstein), o meno conosciuta al pubblico quella tra Oscar Wild (Il ritratto di Dorian Gray) e Ser. Arthur Conan Doyle (Sherlock Holmes).
E siccome è stato citato più volte in questo articolo, non possiamo dimenticare l’amicizia e l’amore tra Raymond Carver e la sua seconda moglie, nonché poetessa, Tess Gallagher.
In un momento di particolare frustrazione letteraria per Carver, fu Tess a suggerirgli di recarsi nella loro casa di Port Angeles, nello Stato di Washington, per ritrovare la pace e la tranquillità che un autore ha bisogno nel suo lavoro. Una necessità che solo un altro autore può capire.

#IOLEGGOACASA

Concludendo è doveroso ricordare la recente esperienza di condivisione fatta dall’Accademia della scrittura per affrontare insieme la quarantena dovuta al Covid-19.
Mi riferisco alla campagna #ioleggoacasa con la quale 20 tra autori, blogger ed esperti del settore editoriale, hanno risposto al nostro invito di condividere con i tutti gli amici che seguono la nostra pagina, dei consigli di lettura per sfruttare in modo intelligente questa situazione difficile.
“Quando si entra nella stanza dove la creazione avviene, o non avviene, e ci si siede davanti alla pagina bianca, si è sempre in preda a una sorta di panico eccitato. Il fatto di sapere che anche gli altri scrittori stanno facendo la stessa cosa, magari proprio in quel momento, non è che aiuti molto. Ma quel che è di aiuto, ne sono assolutamente convinto, è sapere che se poi dal tempo passato da soli in quella stanza esce fuori qualcosa, c’è qualcuno nella comunità che vuole vedere quello che si è fatto, qualcuno a cui farà piacere se si è scritto qualcosa di vero e di bello e che resterà deluso se non si è riusciti a farlo. In entrambi i casi, però, vi dirà quel che ne pensa – basta chiederglielo”. (R. Carver)
Il concetto di comunità letteraria è importante, ma purtroppo sottovalutato. Ne è un esempio la difficoltà di molti aspiranti autori a frequentare i corsi di scrittura creativa (e forse i corsi in generale), sentendosi già pronti ad “aggredire” questo mondo senza l’appoggio di qualcuno. E non mi riferisco solo all’apporto di conoscenza professionale che può darti l’insegnante, ma anche e soprattutto quei momenti di condivisione tra compagni di classe, che sono unici per la tua crescita, come ho cercato di spiegare al meglio in questo articolo.
“Naturalmente, non è che basti solo questo, per carità. Ma può essere d’aiuto. Nel frattempo, i vostri muscoli si rafforzeranno, la vostra pelle s’indurirà e potrete cominciare a farvi crescere la folta pelliccia invernale che vi aiuterà a sostenervi nel freddo e difficile viaggio che vi aspetta.” (R. Carver)

Davide Corbetta

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