“The Outsider” di Stephen King

Era un’auto senza contrassegno, una berlina americana come tante altre, vecchia di qualche anno, ma le ruote nere e i tre uomini all’interno non lasciavano dubbi sulla sua vera natura. I due seduti davanti indossavano un’uniforme azzurra. Quello seduto dietro aveva un completo, ed era grosso come una casa. Due ragazzi neri sul marciapiede, uno con un piede su uno skateboard arancione tutto graffiato, l’altro con una tavola verde limone sotto il braccio, la videro imboccare il parcheggio dell’Estelle Barga Recreational Park, e si guardarono.

Uno dei due disse: «Sbirri».

L’altro rispose: «Sì, cazzo».

Si allontanarono senza aggiungere una parola, accelerando sulle loro tavole. Le regole erano semplici: quando arrivano gli sbirri, meglio andarsene. La vita di un nero è importante, gli avevano spiegato i genitori, ma non sempre per la polizia. Nello stadio di baseball, la gente cominciò a eslutare e a battere le mani ritmicamente, mentre i Flint City Golden Dragons iniziavano il loro turno di battuta al nono inning, in svantaggio di un punto.

I due ragazzi non si voltarono indietro.

Stephen King è una garanzia. Un paradigma, un’etichetta chiara in grado di identificare immediatamente un preciso mondo di atmosfere, ambienti, emozioni umane (e disumane). Aprire un libro di King è come oltrepassare la soglia di una casa conosciuta, di un immaginario familiare, quasi confortevole nella sua riconoscibilità e nella sua grande potenza imaginifica.

The Outsider non fa differenza. Bastano poche righe ed eccoci lì, accanto ai ragazzi con lo skateboard sul marciapiede di una cittadina della provincia americana, pronti a intravvedere nel quotidiano una nota insolita, foriera di inaspettate inquietudini. Un quotidiano fatto di personaggi e spazi fittizi ma profondamente reali, tratteggiati da dettagli coperti da una patina di verosimiglianza: una berlina “come tante altre”, una tavola “graffiata”, un pomeriggio in cui, nello stadio di baseball, a fare la differenza rispetto alla consuetudine è, al massimo, il solo risultato sportivo. Sembra quasi di vedere la strada assolata, i ragazzini che alzano lo sguardo facendosi ombra con una mano, le loro sopracciglia aggrottate e, in un attimo, scomparse dalla nostra vista.

Una volta di più, King attinge al cinema. A quel genere di inquadrature efficaci in grado di spostare l’attenzione da un dettaglio di contesto – quasi insignificante – verso il focus dell’azione. Sono le comparse, qui, a guidarci verso l’elemento di rottura dell’equilibrio: quell’automobile piena di poliziotti che, entrando nel parcheggio dello stadio, squarcerà il velo dell’ordinario. I nostri occhi, in questo spostamento, seguono i colori: dall’arancione sporco al verde limone, dalla berlina nera all’altrettanto scura pelle dei due ragazzi, che accenna alle storture di una società di mal sopiti contrasti. Sarà proprio una nota di pregiudizio, non a caso, a influenzare lo svolgimento dei fatti. All’interno dello stadio, la polizia arresterà per l’efferato omicidio di un bambino il coach, Terry Maitland: un uomo che, tuttavia, è bianco; un insegnante, un educatore di buona famiglia che, perciò, sarà in grado di rivendicare nelle proprie stesse definizioni un’apparente insospettabilità.

Il Male, tuttavia, ha molte forme, e Stephen King lo sa bene. È un tarlo che si insinua nelle ombre della consuetudine, nelle pieghe dell’insicurezza, in piccole idiosincrasie che nascondono un terribile potenziale d’inaspettata crudeltà. Ecco allora che la ricerca dell’assassino va oltre il contesto cittadino, oltre il sistema giudiziario e oltre, infine, ogni umana previsione; volta a identificare una sorta di Male collettivo in grado di nutrirsi di paure e di fatali errori.

L’incipit di The Outsider ci mette istantaneamente di fronte a un bivio. Possiamo continuare a seguire i due ragazzi, sfrecciando accanto a loro su uno skateboard, coscienti che la polizia, dopotutto, porta solo guai. Possiamo lanciare uno sguardo alla strada e poi via, con l’eco degli applausi del campo sportivo ancora nelle orecchie, senza più guardarci alle spalle. Oppure possiamo accettare di seguire la berlina nera, di addentrarci con gli agenti all’interno dello stadio, di assistere a un eclatante arresto del tutto imprevisto. Possiamo mettere piede in un mondo dai risvolti d’inaudita ferocia, lasciandoci catapultare in un buio tunnel fino alle radici del malvagio, dell’oscuro, del soprannaturale. Di una cosa, però, possiamo star certi: in questo caso, non potremo più voltarci indietro.

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