Unorthodox

Tratta da una storia realmente avvenuta, la biografia di Deborah Feldman dal titolo “Ex ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie origini chassidiche”, Unorthodox sta lasciando esterrefatti il pubblico e la critica. Miniserie televisiva suddivisa in quattro puntate disponibile su Netflix dalla fine di marzo, racconta la storia di un ex ortodossa che decide di abbandonare il mondo nel quale era stata da sempre abituata a vivere.

Un inizio coraggioso

La protagonista, Esty, interpretata da una brillante Shira Haas, si sente soffocare tra le mura invisibili della comunità ebraica di Williamsburg, a Brooklyn. L’inizio della prima puntata è schietto, incisivo, coraggioso: la diciannovenne scappa via, con addosso i suoi soli vestiti, un passaporto procurato di nascosto e un po’ di soldi. Unico appiglio col passato, la foto della nonna, alla quale è molto legata. Destinazione Berlino, la città che più di tutte dovrebbe provocare disgusto e rabbia ad un qualunque ebreo che si rispetti; la capitale di una Germania nazista, che ha puntato il dito contro milioni di fratelli e sorelle. Esty porta quindi avanti una ribellione non più silenziosa e compie un passo oltraggioso: lascia il marito Yanky Shapiro, un giovane ingenuo, dal cuore buono, ma indubbiamente avvinghiato ai vincoli e alle rigide regole della sua religione.

Scappa, con un figlio in grembo, sfiancata da un’esistenza governata dal bigottismo e da principi che non riesce più a tollerare. Le lezioni di pianoforte di nascosto, perché è vietato alle donne cantare o suonare; i rapporti sessuali obbligatori ogni venerdì della settimana, al solo scopo della procreazione; il dolore nel condividerli col marito, al quale è stata destinata, come risultato di una trattativa e di un buon affare, soprattutto viste le condizioni della famiglia di Esty, figlia di un padre ubriacone e di una mamma assente.

La ricerca della libertà

La pellicola scorre fluida, le immagini catturano l’attenzione dello spettatore e lo inghiottiscono fino a condurlo all’empatia. Le radici chassidische di Esty permeano dallo schermo e raggiungono le emozioni di chi guarda, aggredendolo come un pugno in piena faccia. L’atmosfera è opprimente quando narra le vicende della sua quotidianità nella comunità ebraica; poi diventa speranzosa appena mostrano la protagonista che prova a trovare il suo posto in una società che non ha mai conosciuto prima, libera, moderna, spensierata, in cui ognuno può diventare ciò che vuole. Esty insegue il suo sogno, la musica, e tenta di farcela con le sue sole forze.

Gli episodi si districano velocemente alternando momenti propositivi, che lasciano aperte ad Esty le possibilità che potrebbe vivere, ad altri in cui la realtà incombe, come un’ombra dalla quale non si può liberare, quasi fosse un’estensione del suo corpo, che la segue ovunque. Il rabbino, dopo un’attenta analisi della situazione insieme alla famiglia, manda il marito della giovane e un suo cugino, dall’oscuro passato, a cercare Esty, col preciso compito di riportarla a casa, ad adempiere ai suoi doveri di moglie, futura madre ed ebrea ortodossa rispettabile.

I protagonisti esprimono la paura, l’inquietudine, il timore delle regole imposte ma anche la forza e la tenacia di chi vuole urlare a gran voce il primo “No” di tutta la propria vita.

Le scene non sono mai scontate o banali, e, nonostante per la maggior parte siano sottotitolate visto il preciso intento di aver lasciato in yiddish i dialoghi, arrivano impetuose.

Molti avranno indagato se stessi, ripercorrendo i momenti salienti che spingono Esty nella sua lotta alla sopravvivenza, avranno sentito mancare il fiato nel vederla privata di ogni piccola libertà. Il finale è aperto e qualcuno avrà magari voluto scoprire di più, leggendo la vera storia della protagonista. Una cosa è certa, l’ultimo episodio concede il dubbio di giorni meno tetri.

A quali albe e a quali cieli Esty affiderà le sue fragilità di donna immersa ora in un tempo e in uno spazio tutto da costruire?

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