La street art nasce, anche se non proprio come la si intende oggi, come movimento espressivo e sotto il nome di “graffitismo”, a Filadelfia sul finire degli anni Sessanta. Si tratta principalmente di scritte in forma fumettistica o ispirate alle pubblicità. Presto, però, il fenomeno emigra a New York, dove il muro sostituisce il foglio diventando una vera e propria tela su cui esprimere la creatività. Infatti, è proprio tra le vie del Bronx che questa nuova arte conosce la sua massima espressione e dove i pennelli sono definitivamente surclassati dalle bombolette spray. I graffiti diventano così l’espressione e anche un po’ l’emblema della ribellione e della contestazione (culturale, politica, sessuale e sociale), così come sta accadendo nel panorama musicale con l’hip hop, che traduce in musica i messaggi della street art. È un fenomeno che prospetta l’arte in maniera del tutto differente da come la si è concepita fino a quel momento e che un po’ va a ricalcare la pop art, di cui l’eclettico Andy Warhol rappresenta uno dei massimi esponenti. La strada diventa non solo luogo di incontro, di scambio, di passaggio, ma anche fonte di ispirazione e strumento di produzione artistica.

Il silenzio che ha avvolto le strade negli ultimi mesi si è scontrato con la voce di chi non poteva e voleva tacere, desideroso di portare un messaggio di speranza, proponendo un modo per stigmatizzare la paura del virus. A Miami Sean Yoro, in arte The Hula, ha creato un murales in un cantiere sul quale ha raffigurato il batterio del virus come una palla da demolizione. A Wynwood, invece, Musk Rock ne ha realizzato uno raffigurante la playmate A.N. Smith con la maschera della paura, mentre a New York, Jilly Ballistic e Plannedalism hanno tappezzato il Lower East con graffiti “Spread no virus”.

Alcuni dei graffiti “Spread No Virus”

A Los Angeles, precisamente nel quartiere Pico-Robertson, Hijack Art ha realizzato un disegno con due soldati che si riparano dal virus. La scritta “Kilroy was here” ha dato vita al “graffitismo”. Kilroy è stato utilizzato dagli americani durante la Seconda Guerra Mondiale, accompagnato da un disegno raffigurante un pupazzo calvo che sbirciava al di sopra di un muro. Un’abitudine dei soldati alleati di lasciare testimonianza del loro passaggio e, forse, di esorcizzare la paura.

Dall’America all’Europa il messaggio culturale ed artistico è lo stesso: in Francia si ironizza sulla fobia da mancanza di carta igienica e si gioca con le pozioni dei druidi, mentre in Germania i cristiani si sono votati all’icona di Santa Corona, presso la cattedrale di Aachen.

In Inghilterra, invece, Banksy fa campeggiare su un muro di Bristol il volto noto de “La ragazza con il timpano trafitto” (un omaggio al famoso dipinto di Vermeer “La ragazza con l’orecchino di perla”) con la mascherina. Strepitoso il tributo ai medici e al sistema sanitario dello street artist olandese FAKE, apparso ad Amsterdam.

In Italia è l’artista fiorentino Ozmo a far sentire la voce della sua arte già in tempi non sospetti: in occasione della giornata mondiale contro l’AIDS, infatti, aveva realizzato su un muro di Parigi, con spray e bombolette colorate, una reinterpretazione del “Sogno di San Sebastiano” di Rubens. La scelta del soggetto non è stata casuale: nella tradizione cristiana il martire soldato è anche il protettore contro la peste, quindi contro le malattie infettive genericamente intese. E, mentre in una Milano duramente colpita spunta il murale di TV Boy (una rivisitazione in chiave attuale del celebre “Bacio” di Hayez, nel quale i protagonisti indossano le classiche mascherine e stringono in mano l’Amuchina), a Pompei si “rimane in famiglia”, quella dei Simpson, seduta sul divano e con la canonica frase “Stay at Home”.

“La creatività non è altro che un’intelligenza che si diverte”

Einstein

L’Italia, così come il resto del mondo, è stata anche scenario delle opere di artisti meno noti, ma non per questo meno talentuosi: i bambini. Costretti dalla situazione a dover stare lontani dalle numerose attività a cui sono abituati a partecipare, hanno riversato la loro fervente immaginazione su carta. In questo periodo di quarantena, infatti, i più piccoli si sono visti privare repentinamente di ogni possibilità di scambio e relazione con i coetanei e, chiusi tra le quattro mura di casa, hanno dovuto riorganizzare le attività giornaliere.

Mai come ora, quindi, è stato possibile per loro sbizzarrirsi con la fantasia, sia per giocare sempre in maniera diversa, sia per esprimersi con fogli e matite. Molti sono stati gli stimoli venuti dal mondo scolastico affinché sviluppassero la creatività dipingendo le sensazioni che questo momento di distacco provocava in loro. È stato bello notare come positività e fiducia non siano scemate, vista la produzione di lavoretti realizzati con colori sgargianti e popolati da personaggi buffi e teneri. In molti di questi “capolavori”, poi, rivivono gli amici, la famiglia, i luoghi più cari e le attività preferite. E’ piacevole constatare come lo spettro della paura (di qualsiasi forma essa sia) non stia turbando i loro pensieri o, nel caso lo stia facendo, non si stia ripercuotendo sulla creatività e sulla voglia di tornare alla quotidianità. Attraverso i lavori, i bambini stanno comunicando aspetti emotivi e caratteriali che non sempre sono in grado di spiegare verbalmente. A conferma dell’importanza del disegno come attività privilegiata (sia a livello scolastico che psicoterapeutico) per entrare più facilmente e velocemente in contatto con il loro mondo e poter stabilire una prima modalità relazionale e comunicativa.

 

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