Desert flower – Fiore del deserto

Lo scorso 30 aprile 2020 il governo provvisorio del Sudan, in carica dalla destituzione del dittatore Omar Hassan al-Bashir, ha emanato una legge che prevede tre anni di carcere per chi pratica mutilazioni ai genitali femminili. Secondo i dati dell’UNICEF, nove donne su dieci hanno subìto e continuano a subire l’infibulazione in almeno ventisette stati africani e in parte dell’Asia e del Medio Oriente.

Una svolta importante che ha senz’altro bisogno di sostegno, soprattutto a livello internazionale e di ulteriori emendamenti per poter annientare una pratica tanto radicata, che distrugge la salute psico-fisica delle donne che la vivono.

“Desert Flower” è un film prodotto in Germania nel 2009 da Sharry Hormann. Ripercorre la vita e le reali vicende dalla modella somala Waris Dirie, interpretata da Liya Kebede, indossatrice etiope che, in questo suo debutto cinematografico, si rivela essere l’interprete perfetta per un ruolo particolarmente delicato e difficile. 

Una storia di sopravvivenza e forza nelle alture della Somalia

Waris ha solo tredici anni quando la sua famiglia la vende ad un uomo di sessanta per diventarne la quarta moglie. Il suo nome significa “fiore del deserto”, e lei riuscirà a sbocciare in tutta la sua bellezza, in un mondo diverso da quello che si lascia alle spalle fatto di paesaggi polverosi, cammelli e una faticosa vita da pastori nomadi. La protagonista, infatti, decide di sottrarsi al destino riservatole e scappa via, camminando per chilometri a piedi scalzi, sotto il sole rovente dell’Africa.

Con non poche difficoltà arriva sino a Mogadiscio, dove la nonna, con un passaporto falso, la aiuta a raggiungere Londra. Non ha niente con sé se non la paura e la speranza. Nella capitale inglese l’adolescente Waris trova accoglienza all’ambasciata somala, dove lavora come donna delle pulizie, non ricevendo però né gentilezza né un minimo di istruzione.

Il film offre il connubio perfetto tra drammaticità e leggerezza: Waris incontra Marylin, interpretata dall’attrice britannica Sally Hawkins, una goffa ragazza ossessionata dal sogno di diventare ballerina. Tra le due nasce presto un’amicizia genuina e frizzante, dalla quale entrambe imparano ad aprirsi una all’altra, a commuoversi, ma anche a ridere e gioire insieme.

Un fiore del deserto tra le passerelle d’alta moda

La vita della protagonista cambia radicalmente quando un famoso fotografo, Terry Donaldson, ne scorge la rara bellezza e la convince a posare per un servizio, assicurandole una prosperosa carriera nel mondo della moda. Così, tra scene divertenti che mostrano Waris alle prese con la realtà quotidiana in un Paese  straniero, la vediamo destreggiarsi in un mondo del tutto nuovo e inaspettato per lei, fino a calcare le più importanti passerelle di moda internazionali. Sfila ormai fiera e disinvolta su tacchi alti che nascondono i piedi distrutti dalle cicatrici e vestita non solo di eleganti abiti, ma di uno sguardo non più sottomesso, che richiama i colori e le emozioni dell’Africa più autentica.

L’attivismo di Waris contro le mutilazioni 

Il film, premiato al Festival Internazionale del Cinema di San Sebástian nello stesso 2009, lancia un messaggio di preminente urgenza socio-culturale: è una denuncia alle mutilazioni ai genitali femminili, ancora purtroppo molto diffuse. La storia di Waris è quella di tante bambine che hanno subìto la stessa inutile e atroce tortura. La top model ha preso posizione schierandosi apertamente contro l’infibulazione, vissuta da lei in prima persona quando aveva appena tre anni.

La modella somala è diventata l’attivista simbolo di una lotta importante ed è stata insignita del titolo di ambasciatrice umanitaria presso le Nazioni Unite ricevendo nel 2007 anche l’onorificenza di Cavaliere della Legion d’Onore, oltre a numerosi altri premi e riconoscimenti.

Davanti a un pubblico ammutolito, nella sala conferenza del Palazzo di Vetro di New York, Waris esordisce così:

Amo mia madre, amo la mia famiglia e amo l’Africa. Da più di tremila anni le famiglie credono fermamente che le figlie a cui non viene praticata l’infibulazione siano impure, perché quello che abbiamo tra le gambe è impuro. A causa di queste mutilazioni le donne si ammalano fisicamente e psicologicamente, per il resto della loro vita. Queste stesse donne sono la spina dorsale dell’Africa”. 

Le parole diventano un’arma potente, attraverso cui poter mutare il dolore di un fiore del deserto maltrattato in orgoglio di essere donna.

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