Il buco

Il film, presentato in anteprima mondiale il 6 settembre 2019 al Toronto International Film Festival, dove ha vinto il premio del pubblico per poi essere acquistato dalla piattaforma Netflix, è stato prodotto in Spagna dal registra Galder Gaztelu-Urrutia.  

Trama

La pellicola è ambientata in una prigione, soprannominata “il buco”, suddivisa in circa duecentocinquanta livelli. Ogni piano è occupato da due prigionieri, uomini o donne, che convivono per trenta giorni per poi ritrovarsi in un piano differente nel mese successivo. Goreng (Iván Massagué), il protagonista, condivide il suo spazio con il viscido Trimagasi (Zorion Eguileor). Ognuno può contare sul proprio spirito di sopravvivenza e cibarsi tramite una piattaforma colma di cibo che passa da un settore all’altro. 

Prima di entrare in quell’inferno, i detenuti possono scegliere di portare con sé un solo oggetto: Goreng opta per il romanzo Don Chisciotte de la Mancia, invece Trimagasi preferisce un affilatissimo coltello. Il duo simboleggia una trasposizione tra intelletto e forza. Durante tutta la pellicola vengono enfatizzati questi due concetti, come fossero un’ancora di salvezza.

I temi

Il tema di base è la suddivisione in classi sociali, il regista vuole portare all’attenzione del pubblico l’avidità dell’uomo, di come si possano mettere i propri interessi davanti a quelli della collettività. Chi si trova al piani alti non tiene conto dei bisogno di chi occupa quelli più bassi. La piattaforma inizia la sua discesa fermandosi ad ogni livello per un tempo limitato, una sola volta al giorno. Ciò porta le persone ad abbuffarsi più che possono, spingendo al limite coloro che vivono negli ultimi piani. L’ingordigia e il non rispetto degli altri sono gli argomenti collaterali di cui tratta il film.

Il Leviatano (1651) del filosofo Thomas Hobbes spiega la vera natura dell’uomo che, pur necessitando dell’aiuto degli altri, non possiede un amore naturale per il suo simile. L’associazione in gruppi nasce dal timore reciproco o dal bisogno, ma non certo dalla benevolenza. L’incertezza scaturisce dall’uguaglianza naturale degli uomini, che li porta a desiderare le medesime cose e dall’antagonismo che deriva dai contrasti e dall’insufficienza di beni.

Da qui nasce lo stato di guerra di tutti contro tutti, continua e costante. Nel film questa teoria viene sottolineata ed enfatizzata al massimo delle sue potenzialità: la lotta per assicurarsi il pasto e l’avidità degli esseri umani. Chi vive nel livello più alto ha maggiori possibilità di procurarsi un lauto pasto, l’unico della giornata, mentre chi ha la sfortuna di trovarsi all’ultimo piano spesso non trova nulla sulla piattaforma. È un meccanismo che porta chi sta sopra a vivere a discapito di chi sta sotto. Alcune persone provano a suddividere il cibo in modo che basti per tutti, ma non è facile trattare con gli altri prigionieri. 

Lo spettatore si trova di fronte ad un ambiente esplicito, con scene crude, ricco di dettagli garantendo una visione interessante. Una trama ricercata con un intreccio di indizi, riferimenti e meccanismi perversi che rendono la storia un horror e un thriller per eccellenza. Ciò che sorprende è l’equilibrio raggiunto tra i vari elementi narrativi, dal montaggio alla regia, con un ottimo dosaggio del cinema splatter, che non si traduce mai in scene dall’orrore disturbante. Si passa da monologhi e dialoghi concisi ad un’elevata tensione dovuta all’azione del film. Tutto si basa sui comportamenti dei prigionieri, conseguenza del loro stato sociale all’interno della prigione e alla varietà di menti che l’umanità oggi offre.

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