“Eleonor Oliphant sta benissimo” di Gail Honeyman

 Quando qualcuno – tassisti, igienisti dentali ­– mi chiede che cosa faccio, io rispondo che lavoro in un ufficio. In quasi nove anni nessuno mi ha mai chiesto di che tipo di ufficio si tratta o che genere di lavoro svolgo. Non so decidermi se è perché corrispondo perfettamente alla loro idea di come dev’essere una che lavora in un ufficio oppure se è perché la gente sente la frase lavoro in un ufficio e automaticamente completa gli spazi bianchi: una tizia che fa le fotocopie, un tipo che digita su una tastiera. Non mi lamento. Sono contenta di non dovermi addentrare nei dettagli tortuosi e affascinanti delle note di credito. Quando ho cominciato a lavorare qui e tutti mi facevano quella domanda, io rispondevo che lavoravo per un’agenzia di graphic design, ma a quel punto i miei interlocutori supponevano che fossi un tipo creativo. Mi ero stufata di vedere le loro facce diventare inespressive quando spiegavo che mi occupavo del back office e non usavo le penne con la punta fine né i software fichi.

Eleanor Oliphant ha quasi trent’anni e un aspetto anonimo. Lavora come contabile in un ufficio, vive in un appartamento con una piantina di nome Polly e durante la pausa pranzo accompagna al suo sandwich quotidiano un po’ di parole crociate. Solo il venerdì sera la routine ha un guizzo, quando Eleanor Oliphant si concede una pizza e qualche bicchiere (di troppo) di vodka prima di lasciarsi avviluppare dalle ombrose pieghe di un weekend solitario tra le proprie quattro mura. Eleanor Oliphant è un’abitudinaria. Certo, ha una cicatrice sul viso, una madre in carcere e nessun amico. Ma Eleanor Oliphant sta benissimo.

Lo straordinario romanzo di Gail Honeyman è proprio come la sua protagonista: apparentemente semplice. Facile da classificare come gli abiti ordinari di Eleanor, leggero come i suoi pensieri a tratti infantili, spiritoso come la sottile ironia che emerge inaspettatamente dalla sua goffaggine. Ma è un testo abile nella raffinata arte della dissimulazione. Profondo come la psicologia di un personaggio complesso, pungente come il dolore del suo passato, sconcertante come sanno essere solo le difficoltà quotidiane di un’esistenza solo apparentemente felice.

Tra le ripetitive giornate di Eleanor Oliphant ecco che, allora, si insinua il germe di un sospetto. Quello di una vicenda personale travagliata, che proietta sul presente una condizione di solitudine volontaria dettata dall’incapacità di condividere con gli altri il proprio vissuto. La facciata – quel “benissimo” del titolo – non fa altro che costituire un’impenetrabile corazza: una protezione dal mondo esterno, che induce il prossimo a un’inevitabile e amara indifferenza.

L’incipit è un inno al disinteresse. Il “qualcuno” che parla con Eleanor può essere solo un tassista o un igienista dentale, una figura priva di identità al di là del proprio ruolo professionale. “Nessuno” chiede informazioni sul tipo di lavoro o sul tipo di ufficio, perché qualsiasi altra informazione viene dedotta in automatico, senza alcuna volontà di approfondimento. Al primo accenno di spiegazione, le facce diventano “inespressive”: appurato il fatto di non trovarsi di fronte “un tipo creativo”, rientrano diligentemente nella propria zona di comfort. Una zona fatta di deduzioni scontate, giudizi approssimativi e una mancanza di empatia dovuta alla fretta, alla noia o a una comune tendenza alla superficialità.

Ecco invece che, sotto lo scudo dell’anonimato, Eleanor racchiude una storia. Una storia fatta di dolore e di sfiducia, di un costante senso di inadeguatezza dovuto a un rapporto malato con la figura materna, di un disperato bisogno di una svolta sostanziale. Ma anche un carattere spiritoso e anticonformista, sincero e privo dei filtri e dei preconcetti imposti da una socialità che tende a un generale appiattimento. Eleanor è lo straordinario nascosto nell’ordinario, il complesso celato nella monotonia.

Gail Honeyman ci insegna a guardare oltre la facciata. Oltre i convenevoli, oltre le logore opinioni. Sapere che dietro a ciascun “sto benissimo” c’è un intero, articolato universo non può far altro che insegnare a non accontentarsi mai delle risposte più facili. A offrire gentilezza in piccoli gesti generosi, in brevi parole di disponibilità, in mani in grado di generare, giorno per giorno, un cambiamento che sa di amicizia.

 

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