“The Good Doctor”: storia di riscatto e resilienza, oltre i propri limiti

Un blasonato ospedale statunitense, una equipe di professionisti tanto capaci quanto affascinanti, un gruppo di specializzandi determinati a mettersi in gioco per diventare dei promettenti chirurghi. Se state pensando a “Grey’s Anatomy” fate un passo indietro, perché le analogie tra la storica serie di Shonda Rhimes e “The Good Doctor”, il medical drama firmato David Shore (famoso per aver creato, tra le altre, la famigerata serie “Doctor House–Medical Division”) finiscono qui.

Un medico speciale

La trama di “The Good Doctor” è incentrata sul personaggio di Shaun Murphy, specializzando in chirurgia presso il San Jose St-Bonaventure Hospital, tanto promettente sul piano lavorativo quanto impacciato, suo malgrado, nelle relazioni interpersonali. Il giovane (interpretato da un bravissimo Freddie Highmore) è infatti affetto da autismo e dalla Sindrome del Savant: riuscire a conciliare straordinarie abilità intellettive con i suoi limiti emozionali è una vera sfida.

“Non lasciare che nessuno ti dica cosa puoi o non puoi fare”

Shaun è l’emblema della resilienza. Grazie al sostegno dei suoi colleghi specializzandi – Claire, Morgan e Alex – della sua amica Lea e soprattutto del suo mentore, il dottor Aaron Glassman, il ragazzo non solo impara ad approcciare da un punto di vista umano i suoi pazienti, ma sperimenta la gioia di contare su amici sinceri e di trovare l’amore, in tutte le sue sfaccettature. Il protagonista, però, non raggiunge questi traguardi ambiziosi senza sacrificio: momenti felici si alternano a periodi di frustrazione professionale e personale, perché niente si ottiene senza patire qualche genere di sofferenza.

Amore e morte

La storia di Shaun è costellata da episodi dolorosi, che vengono affrontati nel corso delle tre stagioni di “The Good Doctor”. Lo show, però, non indugia soltanto sulle sue avventure, ma si concentra anche sulle vicissitudini dei co-protagonisti, i quali vengono toccati e cambiati profondamente non solo dal proprio vissuto, ma anche dall’incontro con il dottor Murphy.

“Dobbiamo amare le persone per quelle che sono realmente e sperare anche che loro ricambino”

Uno dei personaggi maggiormente messi in risalto nella serie è quello di Claire Browne (Antonia Thomas). La specializzanda intreccia relazioni sentimentali inconcludenti per cercare di mettere a tacere la sua fame d’amore. Sempre propensa a porsi come “grillo parlante” (la sua “controparte” è rappresentata dalla più spregiudicata Morgan Reznick, la quale, a sua volta, viene giudicata per la sua apparentemente insaziabile ambizione quando, in realtà, dietro al suo cinismo nasconde ben altro), Claire impara a sue spese che non sempre è necessario dispensare buonismo, ma che in ognuno di noi convive un’anima “dark”, non per forza cattiva.

Le mille sfaccettature di Claire emergono di pari passo con quelle di Morgan (Fiona Gubelmann), che scopre come, a volte, l’essere altruisti possa dare più soddisfazione di scalare la vetta a spese del prossimo.

Sete di rivalsa

A differenza di “Grey’s Anatomy”, “The Good Doctor” cerca di equilibrare le due anime del medical drama – le battaglie professionali con la sfera sentimentale – riuscendoci perfettamente. La serie, del resto, pone maggiormente l’accento sulla rivalsa del protagonista, pronto a mettersi in gioco per superare i limiti imposti dall’autismo e dalla Sindrome del Savant.

Shaun non è l’unico a doversi confrontare con le proprie difficoltà, ogni personaggio di “The Good Doctor” ha una battaglia personale da portare a compimento, una sfida da superare, una lezione da imparare. Il gruppo e la sua sete di rivalsa, in tutti gli aspetti della vita, sono i principali punti di forza dell’opera di Shore (basata sulla omonima serie madre coreana), che è stata rinnovata per una quarta stagione, senza dubbio ricca di nuovi colpi di scena, ma in grado di preservare la sua anima resiliente.

 

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