Il punto di vista

Il punto di vista- Davide corbetta

Come abbiamo imparato dai precedenti tips, ci sono diverse tecniche per costruire il nostro romanzo secondo criteri universali. Quella del punto di vista (POV) è sicuramente una delle più difficili e, forse, se usata in modo scorretto è anche quella che crea maggiore confusione nella testa del lettore.
Se leggi questo Writing Tips ti aiuterò, anche con un esempio pratico, a fare chiarezza su quanti sono i POV e cosa li contraddistingue.

Il POV va scelto a tavolino

Prima di tutto bisogna capire che il punto di vista non riguarda solo il personaggio, o i personaggi, che portano avanti la narrazione. Si tratta piuttosto di una questione che unisce lo spazio, il tempo e la percezione.
È una di quelle scelte che andrebbe presa a tavolino, magari prima d’intraprendere la stesura, e che tuttavia può rivelarsi sbagliata anche dopo aver già completato un paio di capitoli.
Questo accade principalmente per tre ragioni:

  • Non siamo consapevoli che il narratore della storia può essere anche l’autore stesso.
  • Non siamo consapevoli che il narratore della storia può essere un personaggio, o più personaggi, in ogni caso non necessariamente il protagonista.
  • Ci accorgiamo troppo tardi che un personaggio diverso può darci una prospettiva migliore rispetto alla trama e/o alla tematica.

 

Conseguenza? Se ti accorgi di aver utilizzato un POV sbagliato, per quanto doloroso dovrai tornare indietro e riscrivere tutto daccapo.
La domanda a questo punto è dovuta: qual è il punto di vista corretto?

Prima, Seconda o Terza persona?

Tiro a indovinare: se hai già iniziato la stesura di un racconto, o di un romanzo, forse hai impiegato un punto di vista in prima persona, ovvero una prospettiva che vede il tuo protagonista come narratore della vicenda, al tempo presente.
Giusto? Sbagliato?
Questa scelta accomuna molti scrittori agli esordi, perché il tono colloquiale della prima persona ricalca in un certo modo la forma che adottiamo per comunicare con gli altri, verbalmente o sui social.
Il tempo presente, inoltre, evita allo scrittore di doversi confrontare con le complessità grammaticali intrinseche ad altri tempi verbali poco usati nella lingua parlata, come il passato remoto.
Con questo non voglio dire che narrare in prima persona, al tempo presente, sia sbagliato, piuttosto che si tratta della soluzione più facile, e non necessariamente di quella corretta.
So di essere ripetitivo, ma la scelta del punto di vista, come tutte le altre decisioni che prende un autore, deve essere sempre funzionale alla storia.
Talvolta assumere una prospettiva esterna come quella della terza persona, può rivelarsi una tattica vincente se magari abbiamo bisogno di tanti personaggi. Oppure se vogliamo prendere le distanze da un personaggio col quale non condividiamo i valori, o le scelte che compie.
Altre volte, invece, l’introspezione della prima persona è proprio quello che ci vuole per drammatizzare il cambiamento dell’eroe, e i suoi conflitti interiori.
Intanto facciamo chiarezza: quanti sono i POV?

  • Prima persona: la voce narrante è quella del personaggio, che filtra l’azione e mostra al lettore quello che sta accadendo. Per queste ragioni, la prima persona ha il limite di poter raccontare solo ciò che conosce il personaggio narratore.
  • Seconda persona: la voce narrante è sempre quella del personaggio che, solo in questo caso, si rivolge a sé stesso. Non sta raccontando la storia a qualcun altro, ma ragiona sulle cose che gli stanno accadendo. Per queste ragioni la seconda persona ha il limite di lasciare fuori il lettore, diminuendone il coinvolgimento.
  • Terza persona: la narrazione può seguire le vicende di uno o più personaggi, e ci si rivolge a loro indicandoli con il “lui” o “lei” oppure col loro nome proprio. Per queste ragioni il limite della terza persona è quella di creare distanza tra il personaggio e il lettore. La terza persona può essere:
    • Singola: la narrazione segue un solo personaggio.
    • Multipla: la narrazione segue più personaggi.
    • Limitata: la narrazione può rivelare solo ciò che il personaggio conosce, ma il movimento può spingersi oltre, in quanto la telecamera è esterna.
    • Onnisciente: la narrazione segue un solo personaggio, ma può andare oltre ciò che egli conosce.
Non diventare Kandinsky

Affinché l’esperienza del lettore non diventi un viaggio psichedelico in un quadro di Kandinsky, è sempre buona norma mantenere lo stesso punto di vista, quanto meno in un capitolo.
Occupandomi di editing, tuttavia, mi capita molte volte di riscontrare cambiamenti errati del POV, e questo è un campanello d’allarme che l’autore probabilmente non ha mai riletto il suo testo, oppure non ha capito come si devono utilizzare i POV.
Voglio darti due consigli:

  1. Impara ad auto correggerti: sia che tu voglia farti pubblicare da un editore, sia che tu stia ponderando l’idea del Self Publishing (a maggior ragione in quest’ultimo caso), devi trovare il tempo, e il modo, di fare un check up completo del tuo romanzo.
  2. Impara a posizionare la telecamera: se sei in difficoltà a capire cosa sono, e come devono essere utilizzati i punti di vista, immagina di essere un regista cinematografico. Il POV non è altro che il luogo in cui decidi di “appoggiare” la telecamera per le riprese. Se è sulla testa del personaggio, hai una prima persona. Se osserva il/i personaggio/i dall’alto, allora hai una terza persona. Se la telecamera è nella mente del personaggio, allora potresti avere una seconda persona.

 

Se invece hai chiare le differenze, ma ancora ti stai chiedendo come capire qual è il POV più corretto da utilizzare beh, la soluzione è molto semplice: prova a riscrivere la stessa scena sotto un punto di vista differente. Solo facendo delle prove puoi renderti conto di cosa è meglio e di cosa è peggio.
Lascia che te lo mostri.

I giorni perduti

Qualche tempo fa ho chiesto agli studenti dell’accademia di svolgere questo esercizio, assegnando l’inizio di un racconto specifico.
Il racconto è “I giorni perduti” di Dino Buzzati, che inizia così:

Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernest Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion. Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone. Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel botro; che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.

Adottando un altro POV la vicenda ha assunto queste sembianze:

Il giorno in cui uscii dal muro di cinta passando per una porticina secondaria, reggendo l’ennesima cassa sulle spalle, scorsi in lontananza un uomo che guardava nella mia direzione. Era il tizio che aveva comprato la villa da poco: penso gli sia costata un capitale. Riuscii a buttare il carico sul camion, ma una volta partito mi accorsi che l’altro mi stava seguendo con la sua auto. Non potendo fare altrimenti, percorsi la lunga strada fino all’estrema periferia della città, per poi fermarmi sul ciglio del solito vallone. Mentre scaricavo il mezzo, vidi con la coda dell’occhio che l’uomo mi aveva raggiunto, ma se ne stava in disparte, allungando il collo per farsi gli affari miei. Irritato, scaraventai nel botro ciò che tenevo tra le mani con più impeto del necessario. Guardai la cassa andarsi a incastrare malamente tra le sue sorelle, che ormai dovevano essere migliaia: avevo da tempo perso il conto.

(Alessandra Castellengo)

Ecco un secondo esempio.

Le vedevo uscire dalla stanza, una alla volta, ormai da settimane. Eravamo rimaste in poche, ormai, e a breve quello spazio si sarebbe svuotato. L’uomo entrò e caricò sulla spalla la mia vicina, l’ultimo baluardo della mia difesa. Al prossimo giro sarebbe toccato a me. E così fu, qualche minuto dopo. Con il carico stipato nelle mie viscere, venivo sballottata sulla spalla solida dell’uomo. Se avessi avuto corde vocali, bocca e un completo apparato fonatorio avrei chiesto aiuto, urlando al tizio che ci guardava da lontano. Ma così non era, e mi ritrovai sbattuta sul retro di un furgone insieme alle mie compagne. Pochi istanti dopo venivamo trasportate lungo una strada che sembrò infinita, ma dalla quale, sapevo, nessuno aveva mai fatto ritorno. Con un sobbalzo improvviso, che ci spinse l’una contro l’altra, il mezzo si fermò e l’uomo cominciò a prendere le mie compagne una alla volta, senza che potessi vederne la destinazione finale. Il tizio a cui avrei voluto chiedere aiuto era lì, lo vidi di sfuggita quando l’uomo caricò me, ultima tra le mie sorelle. Non fece niente per me, per noi, se non guardarci curioso. E infine, quando venni gettata nel vuoto, capii. Mi riunii a tutte le compagne perse, in un botro che era per noi un nuovo mondo: sporco, brullo, senza alcuna protezione, ma nel quale potevamo essere di nuovo tutte insieme.

(Bianca Ferrari)

È evidente come viene stravolto il senso della narrazione.
Nel primo esempio, quello che nel racconto di Buzzati può essere considerato l’antagonista, ovvero l’uomo che carica i pacchi, diventa il protagonista.
Nel secondo esempio sono l’oggetto tematico del racconto, i pacchi, a diventare i protagonisti e la voce narrante della vicenda.
Ti invito a fare lo stesso esercizio utilizzando questo racconto, o trascrivendo il capitolo di un romanzo che ami. Gioca col punto di vista, provane diversi, e sono sicuro che alla fine avrai le idee più chiare su come cambia la narrazione, e su come devi compire questa scelta.

Concludendo

Scegli prima di tutto chi sarà la tua voce narrante: l’autore, un narratore esterno, un personaggio. Decidi se utilizzare una prima, una seconda o una terza persona in funzione alla trama e a quello che vuoi comunicare attraverso le azioni dei personaggi. Adotta il tempo verbale corretto, e stai attento che non cambiarlo a ogni capoverso. Nel dubbio, riscrivi la stessa scena con punti di vista differenti.

 

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