“Tre Donne” di Dacia Maraini

Il libro, edito da Rizzoli, si presenta come una collezione dei diari di tre donne, tre diverse voci che condividono l’intreccio delle loro vite. Da novembre al dicembre dell’anno successivo, raccontano le sovrapposizioni continue, non volute, delle loro storie personali, in cui ognuna ricerca la propria identità e il distacco dalle altre.

Una nonna, una madre e la figlia: tre generazioni a confronto nella quotidianità di  casa, in una piccola città del Veneto. Nonna Gesuina, ex attrice, si mantiene facendo punture a domicilio, Maria si impegna a fondo nelle traduzioni di libri e Lori vive l’adolescenza come può.

Le tre si confidano su loro stesse, ma non tra loro. Gesuina registra le sue passioni, i baci con il fornaio, la relazione telematica, il suo piacersi e piacere che la rendono così lontana da sua figlia Maria, che scrive lettere a François narrando le vicende con le altre due donne e il suo lavoro da traduttrice: cura quella italiana di Madame Bovary, che sembra un’altra figura che si unisce alla vicenda. La giovane Lori, invece, nasconde il quaderno nel muro per non farlo trovare: scrive di getto, racconta della relazione con Tulù, dell’emozione nel ricevere un cucciolo di cane, Prometeo e del tatuaggio del drago sulla schiena. Gli uomini che incrociano le vite delle protagoniste sono pochi, rimangono sullo sfondo e sono funzionali come pretesto per osservare meglio le donne.

La struttura appare come un puzzle di episodi sovrapposti a sfumature differenti per la maggior parte artificioso e meccanico. In questa occasione, l’autrice non ha raggiunto l’orchestra di voci armonica, in cui i distinti toni e volumi sono riconoscibili e allo stesso tempo componenti della melodia finale. Sembra che ogni strumento viaggi in modo superficiale verso una direzione ancora abbozzata.

Ottima l’idea alla base di ricostruzione di micro storie di una realtà e intimità femminili e famigliari, ma debole la resa narrativa che vorrebbe invece più spessore. La potenzialità che la Maraini mette in gioco è, forse, specchio di una realtà più ampia che si sta imparando a conoscere.

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