“Tanti piccoli fuochi” di Celeste Ng

A Shaker Heights non si parlava d’altro quell’estate: di come Isabelle, la figlia minore dei Richardson, avesse perso definitivamente la testa e dato fuoco alla casa. Per tutta la primavera i pettegolezzi si erano concentrati sulla piccola Mirabelle McCullough – o May Ling Chow, per quelli schierati dall’altra parte – ma almeno adesso c’era qualcosa di nuovo e sensazionale di cui discutere. Poco dopo mezzogiorno, quel sabato di maggio, i clienti che spingevano i carrelli della spesa da Heinen’s avevano sentito i camion dei pompieri accendere le sirene e sfrecciare verso il laghetto delle anatre. A mezzogiorno e un quarto c’erano quattro mezzi rossi parcheggiati in una fila disordinata lungo Parkland Drive, dove le sei camere da letto di casa Richardson erano in fiamme, e chiunque nel raggio di un chilometro poteva vedere il fumo levarsi sopra gli alberi come una nube temporalesca densa e nera. Più avanti la gente avrebbe detto che i segnali c’erano fin dall’inizio: che Izzy era una piccola pazza, che c’era sempre stato qualcosa di sbagliato nella famiglia Richardson, che non appena avevano sentito le sirene quel mattino sapevano che era successo qualcosa di terribile.

Sono numerose e incandescenti le piccole scintille di Tanti piccoli fuochi, che scava alla ricerca delle braci più nascoste tra la cenere di una quotidianità all’apparenza regolare. La casa in fiamme, la densa nube temporalesca, la lunga processione dei pompieri che scuote le placide consuetudini di un sabato di maggio costituiscono solo lo sfogo palese di tanti, troppi tizzoni ardenti e opportunamente sottaciuti. Le lingue di fuoco guizzano protette da una pesante cappa di convenzioni sociali, preconcetti involontari, abitudini consolidate che mascherano il pregiudizio e la condanna dietro uno schermo d’innata ipocrisia. Perché anche in una famiglia “normale” come quella dei Richardson c’è “sempre stato qualcosa di sbagliato”: il tarlo della consapevolezza di un fuoco mal sopito, di tanti piccoli fuochi pronti a divampare da un mucchio di sterili sterpi.

Shaker Heights, sobborgo benestante di Cleveland, è uno scrigno di illusorie certezze. Le belle case e le vie regolari, un laghetto popolato da anatre, le potenzialità economiche della fine degli anni ’90 e una “protezione imperitura contro il deprezzamento e i cambiamenti indesiderati”. Un ambiente dalla rassicurante monotonia, dove anche l’adozione di una bambina cinese diventa “qualcosa di nuovo e sensazionale di cui discutere”. I cambiamenti “indesiderati”, tuttavia, pulsano sotto la patina di perfezione come impercettibili vampe roventi. Il trasferimento in città di una madre single dal torbido passato, una figlia adolescente costretta a celare un aborto, un’immigrata che reclama la propria bambina affidata alle mani di una coppia infertile. Sono tantissime le vicende di vita – desiderata, cercata, abbandonata, dimenticata – che costringono le famiglie di Shaker a rovistare tra i resti carbonizzati del dolore, della scelta e delle decisioni sbagliate, per soffocare o per alimentare altri, nuovi, piccoli fuochi.

L’eccellente opera di Celeste Ng, paradossalmente, è un estremo inno all’esistenza. A una vita che trova la propria strada a forza, scavando profonde strade al di fuori dei percorsi ordinari, radendo al suolo il vecchio – se necessario – per costruire il nuovo. Il tema della maternità, nelle sue infinite declinazioni (surrogata, aborto, adozione, infertilità) si intreccia a quello dell’adolescenza, del censo e della razza in un quadro intricato che tende a invischiare gli abitanti di Shaker Heights e il lettore in un’unica, enorme impasse dettata dalla difficoltà di giudizio. Chi può davvero pronunciarsi sul libero arbitrio? Chi ha il potere di prevedere, accogliere o condannare le conseguenze delle azioni altrui? Perché, per chi guarda da fuori, schierarsi è così complesso?

Tanti piccoli fuochi è un libro privo di bianco e nero. Vive di infinite sfumature, sintomo di una realtà moderna che fatica a rientrare in una gabbia predefinita, e che rende obsoleta una definizione predeterminata della dimensione umana e sociale. È impossibile, dopo l’ultima pagina, restare indifferenti; e, allo stesso tempo, a tracciare un netto discrimine tra giusto e sbagliato. Resta solo una generale tendenza alla comprensione nei confronti di chi, talvolta, preferisce bruciare tutto per ricominciare da capo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *