“Margin call”

Il film, uscito nel 2011, è l’opera prima del regista J.C. Chandor e, come altre pellicole prodotte negli anni immediatamente successivi alla crisi del 2008, tenta di fornire una chiave di lettura su quanto accaduto in quelle drammatiche settimane.

Margin call

L’opera di Chandor risulta particolare fin dal titolo, infatti Margin Call è un termine tecnico,  la cui traduzione letteraria “chiamata del margine” non è di immediata comprensione.

Per operare sui mercati dei derivati è obbligatorio versare anticipatamente un certo quantitativo di denaro (il margine) a copertura delle oscillazioni di prezzo degli strumenti negoziati. Al termine di ogni giornata di borsa, la Clearing House (soggetto che si pone come controparte di tutti i contratti stipulati dagli operatori) liquida le posizioni di ciascun investitore accreditandolo o addebitandolo; svolge quindi il ruolo di autorità di garanzia, chiedendo di integrare i margini (margin call, appunto) quando le perdite sull’investimento iniziano a intaccare la garanzia versata, fino ad arrivare alla chiusura della posizione nel momento in cui tutto il margine è andato perduto.

Quest’ultima ipotesi è una forma di “salvavita” (in verità, non sempre funzionante nel mondo reale), necessaria a mantenere la piena funzionalità del mercato, garantendone sia la sicurezza (il tradersfortunato non potrà perdere più di quello che ha investito) sia la liquidità (il mercato non si troverà mai nella situazione di gestire posizioni incagliate, perché le smobilizza prima).

MBS (Mortgage Backed Securities) e VaR (Value at Risk)

Gli MBS appartengono alla più ampia famiglia delle Asset Backed Securities (titoli garantiti da un collaterale): sono tipicamente legati all’erogazione di mutui con ipoteca che, per essere defalcati dal bilancio delle banche, vengono prima “impacchettati” e poi rivenduti sul mercato sotto forma di obbligazioni strutturate, gli MBS appunto. In questo modo le banche, obbligate ad accantonare capitale in proporzione ai mutui erogati, vedendo diminuire gli importi dei prestiti, hanno un surplus di capitale da impiegare in attività maggiormente redditizie.

Il VaR, invece, è uno strumento statistico che misura il rischio di mercato associato a un determinato investimento finanziario: sulla base di un set di fattori, opportunamente scelti, prevede la massima perdita ipotizzabile dell’investimento oggetto di valutazione entro un determinato orizzonte temporale e con una certa probabilità statistica (pari solitamente al 95% o 99%).

Anche i modelli statistici possono sbagliare

Se il modello utilizzato per prezzare il rischio non andasse bene, anche quanto calcolato dal VaR non sarebbe corretto e, a cascata, le decisioni prese in funzione di quel dato non risulterebbero più sostenibili.

Questo è quello che, nel film, inizia a sospettare Eric Dale (Stanley Tucci), analista senior del Risk Management che, prima di poter dimostrare la sua teoria, viene licenziato assieme a molti altri colleghi. Andandosene, lascia nelle mani di un collaboratore, Peter Sullivan (Zachary Quinto), una preziosa chiavetta USB con i conteggi necessari a confermare la sua intuizione.

Il giovane, al termine della giornata di lavoro, inizia a studiare i dati e, a notte fonda, la situazione è chiara: i modelli utilizzati dalla società finanziaria per valutare il rischio dei propri investimenti sono effettivamente sbagliati, tanto che la minima oscillazione del mercato potrebbe generare una perdita superiore al valore stesso dell’azienda.

In una drammatica riunione notturna con i vertici della società viene presa l’unica decisione possibile: smobilizzare tutti gli investimenti. L’operazione deve essere fatta il più velocemente possibile, in modo che nessuno riesca ad intuire quello che sta realmente accadendo. Non importa se questo significa inondare il mercato di titoli “spazzatura” o se la società possa perdere la sua credibilità: l’unica cosa fondamentale e imprescindibile è salvare se stessi.

La costruzione del film e il cast

Le vicende si svolgono nell’arco di 24 ore (da un pomeriggio all’altro) con un ritmo mai frenetico ma tuttavia coinvolgente. Anche nei momenti di maggiore tensione e suspense i dialoghi sono pacati, i protagonisti sempre misurati e le decisioni prese risultano posate e razionali.

La scelta di ambientare il film prevalentemente all’interno degli uffici di un grattacielo di Manhattan lo rende a tratti claustrofobico ma anche estremamente realistico, facendo credere allo spettatore di assistere più a una pièce teatrale che a un film.

Margin Call è agli antipodi dei due Wall Street di Oliver Stone caratterizzati invece da ritmi serrati, scenografie e ambientazioni hollywoodiane e da una storia a volte dispersiva e poco concentrata sul tema economico (oltre che non sempre realistica).

Nonostante un budget contenuto, appena 4 milioni di dollari, il cast è di assoluto livello e qualità. Scelto con estrema cura e appropriatezza, ogni attore si cala perfettamente nella parte: oltre ai già citati Stanley Tucci e Zachary Quinto, compaiono Jeremy Irons (John Tuld) nel ruolo dell’amministratore delegato della società finanziaria, Demi Moore (Sarah Robertson) responsabile del comitato vigilanza rischi e, infine, capo del desk incaricato di liquidare tutti gli investimenti Kevin Spacey (Sam Rogers), salito di recente agli onori della cronaca per le accuse di abusi sessuali che lo hanno visto, al momento, assolto dalla giustizia ordinaria ma “condannato”, di fatto, da quella di Hollywood.

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