“K2 La verità: storia di un caso” di Walter Bonatti

“Quello che riportai dal K2 fu soprattutto un bagaglio di esperienze negative sul piano umano, esperienze piuttosto crude per i miei 24 anni appena compiuti”

È con queste parole stampate nelle primissime pagine che Walter Bonatti introduce l’argomento focale del suo libro, quello che per tanti e una nazione intera è stato un autentico successo: la conquista del K2 della spedizione italiana nel 1954.

Ma cosa si cela dietro a queste parole così cariche di risentimento dette da uno dei giganti del mondo dell’alpinismo?

Versioni che non combaciano, ritrattazioni e dettagli che sporcano una delle più grandi imprese italiane dell’epoca (e non solo). Un tam tam di dichiarazioni, udienze processuali, tacite conferme e smentite che si sono trascinate per decenni. Bonatti ha cercato di dimostrare che la sua verità sui fatti successi in terra pakistana fosse l’unica, nonostante ciò che sostenessero altre persone coinvolte.

Ma come può un evento oggettivo fatto di numeri, dati e annotazioni presentare elementi di contrasto?

In teoria, la verità dovrebbe essere una e una sola, ma può succedere che punti di vista diversi possano produrre differenti sfumature tali da discostarsi dall’autenticità dei fatti. Ma un conto sono piccoli dettagli visti da un occhio soggettivo e un altro, invece, sono particolari oggettivi difficili da confutare o addirittura distorcere.

30-31 luglio 1954

“Quella notte sul K2, tra il 30 e il 31 luglio 1954, io dovevo morire, il fatto che sia invece sopravvissuto è dipeso solo da me stesso… Questa mia avventura è e rimarrà una testimonianza nella storia della conquista del K2, seconda cima della Terra in ordine di altezza; una storia importante nel contesto dell’esplorazione anche se non aliena da retroscena e amarezze”

Cosa può voler dire trascorrere una notte alla mercé di proibitivi fattori atmosferici con il rischio di morire assiderati o sotto una frana o una valanga?

Bonatti e il portatore pakistano (hunza) Mahdi non solo sono sopravvissuti ma, grazie alla loro impresa, hanno gettato le basi per far raggiungere l’agognata vetta del K2 a Compagnoni e Lacedelli. Lassù ci sono solo loro due, ma a godere della vittoria è un intero gruppo, i cui singoli elementi hanno permesso la riuscita dell’attacco a quella montagna sinonimo di fascino e paura. Nonostante la notte appena trascorsa, al limite dell’inverosimile, ad assistere al successo ci sono anche Bonatti e Mahdi. Ma l’entusiasmo è una sensazione fugace e, dopo pochi attimi dalla storica impresa, il clima è tutt’altro che sereno e rilassato. Oltre ai gelidi venti pakistani ne soffiano altri carichi di tensione e risentimento, a presagio di ciò che il futuro di lì a breve metterà in atto.

La polemica

“Bonatti ha dedicato tutta la sua vita a una lotta senza compromessi sforzandosi di esplorare i propri limiti fisici e morali. Nessun uomo di quella tempra, con una carriera alpinistica che parla per lui, avrebbe potuto mentire e continuare a mentire per anni se fosse stato colpevole. La sua indignazione è evidentemente genuina: ogni sua parola lo grida a chiare lettere. E ora ci sono anche le prove fornite dalle fotografie sulla vetta. Dobbiamo accettare, come la Corte, che egli dica la verità, ma allora dobbiamo chiederci alcuni perché”. (Robert Marshall)

Bonatti avrebbe potuto non innescare tutto quel vortice di polemiche arrivando anche a coinvolgere le alte cariche dello Stato italiano. Avrebbe potuto stare zitto o accodarsi a quella che è stata la versione ufficiale del capo della spedizione, Ardito Desio, e di coloro che quella vetta l’hanno raggiunta ovvero Achille Compagnoni e Lino Lacedelli. Ma lui non ha voluto tacere su ciò che era davvero accaduto. E non, come qualcuno ha sostenuto, per non essere stato lui ad arrivare in cima al K2, ma proprio perché lui c’era, ha rischiato di morire e ha contribuito in maniera eroica al successo della spedizione. Ma, invece di rendere onore e grazie alle sue gesta, gli è stato puntato il dito contro. Perché? Forse la risposta sui reali motivi di tale comportamento rimarrà per sempre custodita e sepolta alle pendici dell’imponente vetta.

Una sceneggiatura da film

“Uno se ne sta a ottomila metri, in una notte a meno 25, appollaiato su un gradino di sessanta centimetri scavato nel gelo. Ha la schiena poggiata su un fianco della montagna, le gambe penzoloni nel vuoto, la morte sulle spalle. Deve preoccuparsi del portatore, uno che non parla la sua lingua, ma quando impazzisce non servono traduzioni: vuole farla finita e buttarsi giù. Una notte buia e tempestosa, senza cuccia, con il conforto di tre caramelle, ripescate dalle tasche dei pantaloni. Ma a ottomila metri non c’è saliva, si secca il cervello e la lingua e quindi le caramelle vengono subito sputate. Uno sopravvive a una notte così, ma non sarà più lo stesso. Ci sono cose dentro che non si scongelano più, restano ibernate come la fiducia negli altri, come la leggerezza degli ideali”

Achille Compagnoni e Lino Lacedelli troneggiano nelle foto in vetta al K2 del lontano 31 luglio 1954. Stremati ma entusiasti, con le loro maschere d’ossigeno e le ingombranti tute per proteggersi dal freddo. È proprio questa foto, pubblicata su alcune riviste e poi invece sparita da altre, che punta i riflettori su un elemento fondamentale: l’uso dell’ossigeno fino alla vetta. Ma perché dichiarare di averlo finito tempo prima se non è davvero andata così?

Domande, dubbi, interrogativi, ipotesi, confessioni e taciti accordi, su quella montagna si è creata una vera e propria sceneggiatura da film, dall’alto contenuto giallistico e d’indagine. Ed è proprio la proiezione della pellicola uscita in Italia poco dopo la storica impresa a mostrare le prime incongruenze.

Tra le ultime produzioni sull’argomento, da segnalare la miniserie TV “K2 la montagna degli italiani” prodotta dalla Rai in cui in una scena l’attore Marco Bocci, che interpreta Walter Bonatti, esclama: “La verità è come il sole, prima o poi spunta fuori”.

Il libro

“La resa dei conti arrivò con la pubblicazione di due fotografie fino allora inedite che mostravano Compagnoni sulla vetta del K2 mentre respira ancora ossigeno dalle bombole: queste foto smascherano la versione ufficiale, rivelandone la natura di mera falsità e impostura”.

Nel libro, Bonatti comincia col raccontare i fatti successi negli ultimi giorni lassù, in condizioni impervie sotto una montagna al contempo affascinante ma anche drammaticamente spaventosa, che ha già mietuto una vittima tra di loro, Mario Puchoz. Le condizioni meteorologiche si mescolano con quelle fisiche e mentali in un gruppo mosso da stimoli comuni, ma forse non poi così unito.

Bonatti racconta, con una precisione coinvolgente anche per coloro che non masticano di alpinismo, cos’è davvero successo nei giorni di fine luglio del 1954. Sessantasei anni fa, a quest’ora, un gruppo di italiani stava cercando di compiere un’impresa che avrebbe cambiato il corso della storia. Ma ciò che poi ne è scaturito ha lasciato traccia non solo nei libri ma anche, nel bene e nel male, nella vita personale di tutti i protagonisti. Se le cose non fossero andate così, lo stesso Walter Bonatti “sarebbe diventato quello spirito d’avventura spinto da un demone personale”?

Non lo sapremo mai, d’altronde ogni scelta che ciascuno di noi compie ha delle conseguenze, sia nel breve che nel lungo periodo. Così il come reagiamo a ciò che ci accade fa di noi la persona che siamo e saremo.

Il libro mette insieme i decenni che hanno fatto seguito a quel 30 luglio 1954, tra dichiarazioni, interviste, dati processuali, interrogatori e inchieste. Bonatti non si è mai fermato e ha avuto ragione, alla fine la sua verità è diventata la verità di tutti.

Le pagine sono fitte di botta e risposta, particolari su bombole di ossigeno, quote e campi base. Alcune informazioni sono ripetute, ma lette e analizzate sotto altri punti di vista per aiutare il lettore ad avere un quadro completo visto sotto diverse angolazioni. Con in mente sempre l’immagine di quest’uomo e del suo portatore Mahdi, acchiocciolati su un gradino di ghiaccio a 8000 metri in condizioni estreme.

Non è necessario essere alpinisti provetti per capire il contenuto esposto all’interno del libro, è sufficiente aver voglia di scoprire particolari, dettagli e retroscena legati a una delle più controverse storie dell’alpinismo italiano. C’erano tutte le premesse affinché la spedizione portasse, nel 1954, a un risultato positivo. Ciò a cui nessuno era preparato né tanto meno aveva messo in conto era che il successo e la gloria sarebbero stati accompagnati da polemiche, battute e ribattute a colpi di dichiarazioni, riempiendo pagine su pagine di libri. Una storia nella storia che ora sa di verità.

————————————————————————————————

“Qui dentro c’è tutto l’accaduto durante e dopo il K2, compresi i moti d’animo che tali vicende hanno generato in me: impressioni estreme e traumatizzanti a partire proprio da quel bruciante 30 luglio. Giungeranno a cambiare tutto nel mio profondo: fiducia, carattere, l’intera mia vita incline fino a quel giorno a miti sentimenti”.

 Walter Bonatti (1930-2011) riposa al cimitero di Portovenere (SP), a picco sul mare, a fianco della sua compagna di vita, l’attrice Rossana Podestà (1934-2013).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *