Il Dialogo

Strappiamo subito questo dente doloroso: la capacità di dare vita a un dialogo che rimarrà per sempre nella storia della letteratura, è una qualità innata.
Suscitare una reazione emotiva al lettore, tramite discorsi forti, che non appaiono artificiosi al punto da infrangere il sogno narrativo, può risultare un’impresa scoraggiante.
Sono sempre stato convinto che la scrittura sia fatta il 5% da talento e il 95% dalla pratica, tuttavia ritengo il dialogo un elemento artistico al pari della poesia, una vena che fluidifica in modo naturale dalla penna.
È dunque impossibile scrivere bei dialoghi? Ovviamente no, ricordiamoci di quel 95%.
Se prendi le giuste precauzioni, impari ad ascoltare i tuoi personaggi, e a distinguere i dialoghi buoni da quelli cattivi, più nello specifico quelli utili da quelli inutili, aiuterai il lettore a calarsi nella tua storia senza farlo sentire partecipe di una finzione. 

Segnali allarmanti di un pessimo dialogo

Come faccio, dunque, a capire se un dialogo è buono o cattivo?
Ecco alcuni piccoli segnali che dovrebbero farti allarmare:

  • I dialoghi sono tutti uguali: i personaggi dicono sempre le stesse battute, parlano sempre degli stessi argomenti, e non aggiungono nulla di nuovo né alla trama, né alla loro caratterizzazione.
  • Non si distingue un personaggio dall’altro: se estrapoliamo i dialoghi dal contesto, e li mettiamo in successione, non riusciamo a distinguere chi è il soggetto che pronuncia la battuta, ovvero non comprendiamo quale personaggio sta parlando in quel momento (talvolta anche quando la narrazione è in prima persona).
  • Ruotano attorno al nulla: i personaggi discutono di cose che al lettore non interessano, scambiandosi “cortesie” come due condomini che si incontrano per le scale. Oppure litigano su faccende che poco hanno a che fare coi conflitti e la trama principale. O ricorrono all’ironia e al sarcasmo, come uno sketch comico che alleggerisce la scena (se scritto bene), ma non aggiunge nulla di nuovo alla trama. In questo modo risultano comunque personaggi stereotipati, e dunque finti.
  • Danno troppe informazioni: i personaggi si trovano a dare tutte le informazioni necessarie al lettore, anche troppe informazioni. Il rischio? Appare come un dialogo decontestualizzato, forzato dalla necessità di istruire chi legge con determinate notizie. Così facendo, per giunta, il lettore imboccato si sente uno stupido, qualcuno che non crediamo capace di intendere da solo ciò che si stanno dicendo i personaggi.
Il background è tutto

Molto di frequente la difficoltà nel costruire un buon dialogo non è dovuta a una incapacità lessicale, o a una povertà di linguaggio, ma per una superficiale, se non addirittura assente, costruzione del personaggio.
Se non conosciamo a fondo il background del nostro protagonista, il suo grado di istruzione, che professione svolge, o addirittura se crede o meno in Dio, sarà difficile mettergli in bocca parole che lo facciano sembrare una persona reale, e non una chatbot o una segreteria telefonica.

“Appena il personaggio apre la bocca, rivela molto sul suo grado di istruzione, sul suo posto dove è cresciuto, sul suo senso dell’humor ecc… Stesso discorso vale per i tic verbali “eh”, “sai”, “voglio dire”, “esattamente”, “francamente” ecc… (“Scrivere un romanzo” di Donna Levin)

La scheda del personaggio è il primo elemento che può darci indicazioni utili su come costruire un buon dialogo, ma cosa si intende per buon dialogo?
Prima di tutto un buon dialogo è uno scambio di battute verosimili, ma non identiche alla realtà. Si tratta di trovare l’equilibrio tra una prosa reale e una prosa costruita, di finzione.
Un esempio? Ecco l’errore che ho commesso col mio primo romanzo.
Uno dei personaggi ricalcava la figura iconica di un noto imprenditore romagnolo degli anni ‘90. Spesso intervistato, sia in ambito sportivo, che politico e finanziario, ho avuto l’occasione, anche a distanza di vent’anni, di studiare con attenzione il suo linguaggio, la parafrasi, le intonazioni, i modi di dire, gli intercalari e molto altro. Sebbene abbia compiuto una ricerca accurata, il risultato è stato insoddisfacente. Perché? I dialoghi del romagnolo sono apparsi al lettore ostici e di difficile interpretazione. Hanno rovinato la sua esperienza? Spero di no, però di sicuro non l’hanno resa facile. Se siete aspiranti autori, vi verrà suggerito da qualcuno di portare sempre appresso con voi un taccuino dove annotare le conversazioni che ascoltate nei vari contesti della vostra vita. Si tratta di un consiglio utile? Dipende da come lo adoperiamo. Se pensiamo di fare una trascrizione originale del dialogo a cui abbiamo assistito, sicuramente stiamo sbagliando qualcosa. 

Un posto pulito, illuminato bene

Il punto è proprio questo: un dialogo non deve rispecchiare la realtà, ma deve simularla (misurando l’uso di intercalari, dialetti, modi di dire ecc.). Così facendo il testo avrà quella scorrevolezza che farà tirare il fiato al lettore, senza dare l’impressione di assistere a qualcosa di affettato.
Facciamo un altro esempio.
Il dialogo che segue è estratto dal racconto “Un posto pulito, illuminato bene” di Ernest Hemingway, un testo composto, quasi esclusivamente, da dialoghi.

Il cameriere riportò la bottiglia nel caffè. Tornò a sedersi al tavolo con il collega.

«Adesso è ubriaco,» disse.

«È ubriaco ogni notte».

«Perché voleva uccidersi?».

«Come faccio a saperlo?».

«Come ha fatto?».

«Si è impiccato con una corda».

«Chi l’ha tirato giù?».

«Sua nipote».

«Perché lo hanno fatto?».

«Paura per la sua anima».

«Quanti soldi ha?».

«Tanti».

«Avrà ottant’anni».

«Forse qualcuno di più».

«Vorrei che andasse a casa. Non vado mai a letto prima delle tre. È quella l’ora di andare a letto?»

«Sta alzato perché gli piace».

«Lui è solo. Io no. A letto ho una moglie che mi aspetta».

«Una volta l’aveva anche lui».

«Adesso una moglie non gli servirebbe a niente».

«Chi lo sa? Con una moglie forse starebbe meglio».

«Gli bada sua nipote».

«Lo so. Hai detto che lo ha tirato giù lei».

«Non vorrei diventare così vecchio. I vecchi sono sporchi».

«Non sempre. Questo vecchio è pulito. Beve senza sbrodolarsi. Anche adesso che è ubriaco. Guardalo».

«Non ho voglia di guardarlo. Vorrei che andasse a casa. Non ha rispetto per chi deve lavorare».

Il vecchio alzò gli occhi dal bicchiere, guardò la piazza, e poi i due camerieri.

«Un altro brandy,» disse, indicando il bicchiere. Il cameriere che aveva fretta gli si avvicinò.

«Finito,» disse, parlando con quelle omissioni sintattiche di cui si servono gli stupidi quando si rivolgono agli ubriachi o a i forestieri. «Stasera basta. Adesso chiuso».

«Un altro,» disse il vecchio.

«No. Finito». Il cameriere pulì l’orlo del tavolo con uno strofinaccio e scosse la testa.

La conversazione procede a ritmo serrato, e anche se il dialogo non è introdotto all’interno di un capitolo specifico, è chiaro chi sono i personaggi che parlano, a chi si rivolgono, e l’argomento di cui stanno discutendo. I soggetti in scena vengono caratterizzati attraverso le battute, che ci dicono qualcosa della loro vita privata, della loro etica, del loro modo di agire in una situazione specifica. Al contempo questo botta e risposta porta avanti la trama principale del racconto che, come avrai capito, ruota attorno all’uomo ubriaco che voleva uccidersi.
Per riuscire a costruire un dialogo simile bisogna porsi una serie di domande.

5 domande per iniziare bene la conversazione
  • Uso un discorso diretto o un discorso indiretto? – Il primo è il classico botta e risposta (vedi sopra), abbiamo dunque due o più personaggi che discutono tra di loro. È un discorso lento, in quanto prima di capire ciò di cui si sta parlando, dobbiamo assistere allo scambio di battute. Il secondo, invece, è mediato dalla voce del narratore, ovvero c’è una voce narrante che in modo libero (quindi non introdotto da verbi dichiarativi) o raccontato (facendo uso di verbi dichiarativi) riassume il discorso tra due o più personaggi. È un discorso veloce, in quanto si tratta di una sintesi, e dunque capiamo quasi subito ciò di cui si sta parlando.
  • Chi è la voce narrante? – Abbiamo avuto modo di parlarne qualche tips fa. Anche in questo caso è fondamentale capire chi sta narrando la vicenda, perché influirà sulla scelta tra discorso diretto e indiretto. Ad esempio, se la voce narrante è il protagonista, userà il discorso diretto quando sarà coinvolto in prima persona nella conversazione. Oppure ricorrerà al discorso indiretto quando dovrà riportare al lettore, o a un altro personaggio, una conversazione a cui ha assistito (o gli è stata riferita).
  • Di cosa parlano i personaggi? – Un dialogo è utile nel momento in cui assolve a uno o più di questi compiti: caratterizza i personaggi (ovvero dà informazioni utili alla storia, circa il loro background). Contestualizza il sovramondo (ovvero il luogo e il tempo della vicenda). Porta avanti la trama (dà informazioni utili al proseguimento della vicenda).
  • Il mio protagonista adotta un linguaggio particolare? – Il gergo rende univoco il linguaggio utilizzato da un personaggio ma, come abbiamo visto, il gergo a sua volta è influenzato dal background. Perciò, il modo che il protagonista adopera per esprimersi in pubblico, sarà diverso da quello che utilizza dietro le mura di casa. Un ingegnere ricorre a locuzioni diverse rispetto a un cuoco. Una dama della corte di Napoleone I si esprime con un lessico differente da una dama della corte di Napoleone III (anche se sono passati solo quarantanni tra un regno e l’altro).
  • Il mio protagonista gesticola? – Capita a tutti di gesticolare quando parliamo. Di tormentarci la barba, o di rosicchiare le unghie. Che ce ne rendiamo conto o meno, un dialogo è fatto anche dalle azioni del corpo.
Concludendo

Prestando attenzione ai segnali, e ponendosi le domande giuste, i discorsi dei tuoi personaggi inizieranno ad assumere una forma che si avvicina molto alla realtà, ma nel rispetto delle norme, e dei tempi, della narrazione. Sarà tutto più facile? Soprattutto all’inizio troverai ancora faticoso l’approccio al dialogo, ci vorrà del tempo, e molta pratica, prima che nella tua testa le battute scorrano in modo fluido e comprensibile. L’importante, tuttavia, è continuare a impratichirsi su questa tecnica, scrivendo e riscrivendo i dialoghi anche quando non se ne può più. Un ultimo suggerimento: quando vuoi controllare i dialoghi, evidenziali con colori differenti per ciascun personaggio, e rileggili un protagonista alla volta. Se utilizzi un computer, copia e incolla i dialoghi su un nuovo foglio e verifica, tolti dal loro contesto, come suonano.

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