“Nel nome della madre” di Roberto Camurri

Trama

Nella piccola cittadina di Fabbrico, immersa nella fitta nebbia della pianura padana, Ettore si sveglia e la moglie non è più accanto a lui. Nella camera accanto, il bimbo Pietro piange disperato. Il padre capisce di essere rimasto da solo a prendersi cura del piccolo e, pur con l’aiuto dei suoi suoceri storditi dall’abbandono della figlia, non sa se ne sarà in grado.

Padre e figlio vivono in  perenne contrasto, Ettore ci prova e Pietro si chiude in un rancoroso silenzio, come se fosse completamente svuotato e avesse smesso di provare sentimenti. Nonostante il trasferimento in un’altra città, il fidanzamento e l’arrivo di un figlio, Pietro non riesce a liberarsi del peso dell’abbandono che lo accompagna, un’assenza talmente presente da diventare protagonista della storia.

“Guarda Pietro seduto sulla panchina fuori casa, gli piace averli lì, lui e Miriam… si lava via il sudore di quell’estate che sembra uguale all’estate in cui Pietro è nato, un’estate che gli sembra un sogno, lontanissima. Raggiunge il figlio su quella panchina, restano tutti e due a guardare un punto indefinito, la magnolia, la siepe di alloro che circonda l’officina e la loro casa, non dicono niente. Non riesce a trovare le parole giuste, per suo figlio che è appena diventato padre, vorrebbe conoscerle, dirle ad alta voce, pensa che non ce ne siano. Guardano la terra sotto cui hanno seppellito Briciola, una montagna mangiata dal verde del giardino, un sasso a dire che è lì… stanno lì e basta, padre e figlio… una quiete che trova la forza di interrompere con una domanda. Secondo te, chiede, a Briciola è mai passata la mancanza di sua madre?”

Un viaggio interiore

Roberto Camurri descrive, attraverso i silenzi, gli sguardi e i sospiri, un rapporto teso e rancoroso tra padre e figlio. Due generazioni a confronto, due uomini costretti a contrastare l’abbandono, due persone che, pur senza saperlo né rendersene conto, affrontano la vita allontanandosi, quasi a voler trovare un colpevole l’uno nell’altro.

Lo scrittore accompagna il lettore nel tormentato viaggio all’interno dell’animo del solitario Pietro, che trascina la sua vita tra le campagne della pianura padana, costantemente inquieto e malinconico, alla ricerca di risposte a domande mai esternate. Non riesce ad amare né suo padre, che lo ha cresciuto con l’unico affetto di cui era capace e che forse, dentro di sé, ritiene responsabile del suo tormento, né i suoi nonni, che con la loro presenza sembrano evidenziare l’assenza, profondamente radicata in lui, della madre. Solo alla fine arriva quel po’ di tenerezza, condita di malinconia, di un animo lacerato dal dolore dell’incomprensione di una perdita prematura che ha segnato la sua intera vita.

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