“4 a 3 Italia-Germania 197: la partita del secolo” di Maurizio Crosetti

Forse Italia-Germania è una casa in equilibrio sulla cima di una montagna. Su un versante c’è il sole, sull’altro il gelo della notte. Comincia e finisce qualcosa di grosso per tutti, quel 17 giugno 1970. Le vite si sciolgono nella fornace che divampando crea nuove forme tra fiamme e scintille, qualcosa muore, qualcosa nasce.

Italia-Germania è da sempre lo scontro per antonomasia, forse ancora più di Italia-Brasile. Quello che è successo in quell’incontro all’Estadio Atzeca di Città del Messico ha messo in scena l’ennesimo dualismo che contraddistingue ogni parte di questa nostra esistenza: bello e brutto, giorno e notte, caldo e freddo, gioia e dolore. In quei 120 minuti di gioco le emozioni sono rimbalzate da una parte all’altra decretando alla fine i vinti e i vincitori.

Il calcio di quegli anni rispecchia una realtà molto diversa da quella che siamo abituati a vedere ora: calzoncini corti su gambe non prive di peli, maglie senza il nome stampato dietro, capelli folti e naturali, assenza di tatuaggi. È un calcio più rude forse, ma al contempo più rispettoso in cui se si cade ci si rialza subito, senza sceneggiate ed esitazioni.

Quella storica partita è ancora oggi viva nel cuore di chi l’ha ascoltata alla radio o vista in una TV in bianco e nero dalle ore 23 italiane. Ma non solo, è radicata anche in coloro che sono cresciuti con il mito di un incontro dalle molteplici sfaccettature, che ha lasciato un segno indelebile.

I protagonisti dentro e fuori dal campo

I marcatori sono stati (in ordine temporale): Boninsegna (I), Schnellinger (G), Müller (G), Burgnich (I), Riva (I), Müller (G), Rivera (I). Ma ciò che ha reso epico questo scontro è che cinque dei sette gol sono stati realizzati nei tempi supplementari, dopo i novanta minuti regolamentari che hanno visto il vantaggio italiano all’ottavo del primo tempo e il pareggio tedesco in extremis, quasi allo scadere del terzo minuto di recupero quando ormai gli azzurri erano convinti di essersi aggiudicati il biglietto per la finalissima contro il Brasile.

Ma si sa, nel calcio, così come nella vita, spesso la realtà si rivela essere ben distante dalle proprie aspettative. Un non proprio memorabile 1 a 0 avrebbe permesso all’Italia di approdare comunque all’ultima partita affrontando Pelé e compagni, ma se così fosse andata sarebbe stata semplicemente una semifinale vinta e non avrebbe certo scritto la storia. Quel pareggio tedesco al 92°, nonostante l’apparente beffa, è stato l’incipit di un romanzo da leggere più e più volte per emozionarsi ancora e ancora.

Italia-Germania è anche Fiat contro Volkswagen, vino contro birra, pizza contro würstel. Il Bel Paese è nel pieno del suo boom economico e all’alba degli anni bui, quelli di piombo, del terrorismo e delle rappresaglie. La Germania invece è ancora divisa da un muro, non solo fisico ma anche e soprattutto socio-culturale e politico, che fomenta disuguaglianze e attriti. Due Stati diversi, ma uniti, in quel 17 giugno 1970, da un unico obiettivo: cantare il proprio inno nazionale durante la finalissima.

Il libro: il personale 4 a 3 di Maurizio Crosetti

L’opera è divisa in ventun capitoli, ciascuno con il nome di un protagonista di quel 4 a 3. Ciò che colpisce della narrazione è che non è un resoconto di quella partita minuto per minuto infarcito di termini calcistici e adatto a un pubblico settoriale e interessato al mondo sportivo, ma è tutt’altro, scritto con un approccio inedito e originale.

Il narratore, l’autore stesso, racconta una storia nella storia, nella storia. Come una bambola matrioska che quando si apre ne nasconde un’altra più piccola all’interno e così via. Si parla di calcio certo, e ovviamente di quella partita, ma si parla anche di un bambino di Torino che, con una febbre molto alta, segue dal tinello di casa assieme a mamma, papà e zio una partita trasmessa da un posto che si sa giusto che si chiama Messico ma dove realmente sia è sconosciuto ai più.

Narra di una società scalfita dai turni in fabbrica, dalle partite di pallone nei cortili, dalle balere, dalle case in cui ci sono i giradischi e i televisori Grundig con il baffo per dare maggior supporto alla ricezione, nella scia di una guerra che tutto sommato è finita appena l’altro ieri in cui sono attuali i racconti in biblioteca di Primo Levi, quell’uomo con un numero blu tatuato sul braccio.

Maurizio Crosetti, attraverso le gesta azzurre in un campo messicano, apre i cassetti della memoria del lettore, facendogli respirare l’aria dei tempi passati, ricordando le case dai pavimenti lucidati con la cera e le pattine di feltro su cui muoversi quasi a ritmo di danza. Particolari di un’epoca dalla quale sono ormai trascorsi cinquant’anni.

Mezzo secolo in cui l’Italia, la Germania e il mondo intero (calcistico e non) hanno fatto enormi passi avanti, ma forse, leggendo tra le righe, anche qualcuno indietro.

Una partita di pallone ha questo di bello, sa allungare il tempo come una big babol, espanderlo come una bolla di dimensioni mai viste.

 

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