“Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin

Il successo del romanzo di Valérie Perrin

Quando il caso letterario del momento ti delude può capitare di provare un certo disagio. Ti senti in qualche modo in difetto, una voce stonata, la classica nota fuori dal coro. E, per questa ragione, percepisci ancora di più la necessità di spiegare, anzitutto a te stessa, perché non puoi unirti al pressoché generale plauso nei confronti di un’opera letteraria che non ti convince, nonostante non ti reputi affatto una lettrice snob ma, semmai, giusto un po’ esigente.

Andiamo con ordine

Nel gennaio del 2019 viene pubblicato anche in Italia, senza particolari clamori, un romanzo dal titolo Cambiare l’acqua ai fiori, il secondo a firma di Valérie Perrin (francese, ex fotografa cinematografica, attuale compagna del regista Claude Lelouche). La casa editrice è E/O, non la stessa dell’opera prima dell’autrice, Il quaderno dell’amore perduto, pubblicato nel 2015 e diventato oggi un altro best seller, sulla scia dell’enorme successo di vendite e di critica del secondo. Dunque, con un anno di ritardo, improvvisamente “scoppia” il caso legato al romanzo, alimentato da ottime e abbondanti recensioni di lettori anonimi e illustri durante il lockdown.

La trama

La vicenda narrata e le caratteristiche della protagonista sembrano calzarmi a pennello, perfette per scaldarmi cuore e sinapsi. Il romanzo racconta infatti la storia di Violette Toussaint, di cui il lettore sa da subito che fa la guardiana di un cimitero di provincia e che in passato ha fatto la guardiana di un passaggio a livello. Ha sempre abitato nelle case di pertinenza dei suoi lavori e nella seconda è completamente sola con i ”suoi” morti, con i quali instaura un dialogo fecondo a ritmare un’esistenza abitudinaria guarnita con innocue liturgie di sopravvivenza emotiva.

I traumi e la svolta

Il racconto svela i traumi della donna, da quelli subìti da piccola fino a quelli legati a un morboso rapporto sentimentale. Ora Violette sembra essere pronta per un nuovo amore. Ed è quello che io, pagina dopo pagina, mi aspetto, una sorta di decollo necessario affinché il romanzo prenda il volo. E, finalmente, arriva il momento della svolta, innescata e condotta in parallelo a una vicenda d’amore antica, venuta alla luce per caso e raccontata nuovamente attraverso le pagine di un diario.

Le criticità

La narrazione, nel punto focale, presenta troppi cliché, inverosimiglianze e sciatterie nello stile. Quasi una zuppa riscaldata e indigesta di romanticherie stereotipate, di dialoghi ridicoli, di descrizioni e similitudini imbarazzanti. Il “lui” della situazione è una sorta di mix di stereotipi: il bel tenebroso dal passato misterioso, il papà single tenero e sofferente, il “maschione” un po’ stazzonato in trench dai baveri sollevati, l’uomo in crisi di mezza età che si sente in credito con la vita, l’amante meraviglioso che tutte desiderano ma che “fuori dal letto, nessuna pietà”. Troppo? Sì.

E Violette?

Lei è una strana, un po’ rigida, un po’ supponente e anche un po’ antipatica. Il tentativo di costruire la sua personalità pagina dopo pagina e di svelarla al lettore nella sua pienezza fallisce miseramente. Resta la sensazione di non avere a che fare con una persona vera (ancorché immaginaria), ma con “pezzetti” di personaggi non ben assemblati.

Violette ha (nell’ordine): un’amica che vive altrove e che ogni tanto la ospita e che è il prototipo dell’amica che un bel giorno ti ha tirato per i capelli fuori dalla “notte oscura dell’anima” e che continua a salvarti all’occorrenza; un mentore gay che è il prototipo di tutti i mentori gay (se avete presente la tipologia) e un unico libro feticcio che è una sorta di bibbia e di oggetto di conforto (“Le regole della casa del sidro” di John Irving).

In conclusione

L’evoluzione della storia si presenta con tutta una serie di colpi di scena con svolta noir. Il meccanismo fila liscio? Mica tanto, qualche “buchetto” smaglia la trama della calza già tirata all’inverosimile. Con queste carte sul banco, la vicenda, ai miei occhi, perde pressoché immediatamente di credibilità e di interesse, e man mano che procedo con la lettura, provo sempre più noia e irritazione invece di immedesimazione e empatia. E la storia d’amore? Non me la ricordo già più.

Cambiare l’acqua ai fiori non è un brutto romanzo, semplicemente non è un vero, onesto romanzo. È un prodotto editoriale, furbo, artificioso e velleitario al quale manca l’anima.

 

 

 

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