“Le signore in nero” di Madeleine St John

 Alla fine di una calda giornata di novembre Miss Baines e Mrs Williams, due commesse del reparto donna da Goode’s, si stavano lamentando a vicenda, mentre si toglievano l’abito nero prima di andare a casa.

«Mr Ryder non è così male», disse Miss Baines, riferendosi al loro caporeparto. «La vera rompipalle, se mi consenti l’espressione, è Miss Cartright.»

Miss Cartright era la responsabile degli acquisti, e a quando pareva, non dava loro un attimo di respiro.

Mrs Williams scrollò le spalle e prese a incipriarsi il naso.

«Diventa una iena in questo periodo dell’anno», osservò. «Vuole avere la certezza che ci guadagniamo i nostri bonus.»

«Come se potessimo evitarlo!» esclamò Miss Baines. «Ci spremono come limoni.»

Il che era assolutamente vero. Mancavano solo sei settimane alle feste, i clienti arrivavano a frotte e gli abiti sparivano dagli espositori come travolti da un turbine, tanto che quella sera Mrs Milliams, mentre lavava la biancheria intima nel lavandino, ebbe l’improvvisa sensazione che la sua vita stesse scorrendo via insieme con l’acqua del risciacquo che precipitava gorgogliando nello scarico. Comunque fosse, si riprese e continuò con le sue faccende mentre, tutt’attorno, la notte dell’estate australiana pulsava di vita.

Una scena ordinaria

Due commesse che, terminato il turno, si cambiano prima di tornare a casa. Ripongono la divisa, danno una ritoccata al trucco e scambiano qualche battuta sul capo, sui colleghi, sulla giornata appena trascorsa. Non sembra esserci nulla di particolarmente singolare nell’incipit de Le signore in nero, bestseller della premiata autrice australiana St John. Una scrittrice che nel 1993, anno di pubblicazione del romanzo, ha già superato la cinquantina e che ha vissuto gli anni della frivolezza giovanile ben prima della fine del secolo scorso. Esattamente come le due commesse che si stanno “lamentando” nel reparto donna di Goode’s, grande magazzino di Sydney, nel novembre del 1959.

Gli anni Cinquanta

La collocazione temporale non è irrilevante. Il quadro in cui ha inizio l’azione adotta contorni precisi se riletto alla luce del passato, di quegli anni Cinquanta che hanno visto le donne lottare, per la prima volta, al fine di ottenere un’indipendenza fino ad allora sconosciuta. Il bikini esiste già da un decennio, manca poco all’invenzione della minigonna, sempre più figure femminili animano il settore del commercio: piccoli segnali, se non di un’evoluzione, quanto meno di una volontà sempre più decisa verso l’autodeterminazione. Ecco, allora, che “l’abito nero” assume una valenza nuova. Da una parte simbolo di una tanto agognata presenza all’interno del mondo del lavoro, soglia indispensabile verso un’autonoma affermazione economico-sociale; dall’altra, icona di una rigida austerità che, nell’uniformazione del ruolo professionale, tende ad appiattire le unicità in una tinta monocromatica.

Una dualità di fondo

Le due facce dell’abito nero conferiscono al romanzo una forte dualità di fondo. L’apparente emancipazione delle due ragazze – e delle quattro protagoniste, tutte colleghe da Goode’s – si muove sul filo di gesti civettuoli (“incipriarsi il naso”), di scelte di registro spiccatamente moderne (“rompipalle”), di comportamenti caratterizzati da una decisa scioltezza (“scrollò le spalle”). Ma in una dimensione in cui l’occupazione femminile è un’eccezione, la percentuale di donne all’università è minima, la politica è uno spazio esclusivamente maschile e le aspirazioni delle più giovani sono ancora relegate all’ambito domestico, il “tornare a casa” fa pensare ben altro. Pagina dopo pagina, le donne dimostrano di faticare sia a mettere l’abito nero sia a toglierlo, inquadrate di volta in volta nei ruoli prestabiliti di lavoratrici, mogli, madri o – peggio – nubili. In un libro esclusivamente al femminile, nonostante la presenza di figure forti e dai tratti anticipatori  dei tempi, si ha ancora la sensazione che gli uomini appaiano indispensabili, e che manchi la possibilità, per l’altra metà del mondo, di svincolarsi da un binario tracciato.

Il contrasto lessicale

Il tempo, intanto, scivola via come l’acqua nel lavandino di  Mrs Williams, in attesa di nuove, minute conquiste che oggi non sembrano ancora del tutto complete. La vita delle commesse di Goode’s scorre tra doveri e speranze, mentre la notte, nell’estate australiana, “pulsa di vita”. Un contrasto lessicale che riporta, ancora una volta, a due realtà opposte e allo spirito del testo, allo stesso modo sia leggero sia profondo. Tra pizzi e sete, feste e pettegolezzi, ruotano infatti quattro vicende umane a prima vista piuttosto fatue, ma tutte straordinariamente esemplificative del proprio tempo.

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