Parigi, febbraio 1939

I numeri mi fluttuavano nella testa come stelle. 823. I numeri erano la chiave per una nuova vita. 822. Costellazioni di speranza. 841. In camera mia a notte fonda, la mattina mentre andavo a comprare i croissant, mi si formavano davanti agli occhi, una serie dopo l’altra: 810, 840, 890. Rappresentavano la libertà, il futuro. Insieme ai numeri, avevo studiato la storia delle biblioteche, a partire dagli inizi del Cinquecento. Mentre in Inghilterra Enrico VIII era impegnato a decapitare mogli, il nostro re Francesco modernizzava la sua biblioteca, aprendola agli studiosi. La sua collezione reale avrebbe costituito il nucleo della Bibliohèque Nationale. Ora, alla scrivania nella mia stanza, mi preparavo per il colloquio di lavoro all’American Library, ripassando un’ultima volta gli appunti: fondata nel 1920, era stata la prima in tutta Parigi a concedere l’accesso del pubblico agli scaffali, con utenti da più di trenta paesi, un quarto dei quali provenienti da ogni angolo della Francia. Mi aggrappai a quei dati e a quelle cifre, sperando che mi facessero sembrare qualificata agli occhi della direttrice.

I numeri si alternano alle parole con un iniziale effetto spiazzante nell’incipit de La biblioteca di Parigi, recentissimo libro dedicato ai libri. Un romanzo in cui la pagina scritta rende lode a se stessa, la lettura si fa protagonista attiva di una narrazione che, lungi dal risultare autoreferenziale, identifica nella cultura una chiave di vita.

I numeri, così freddi e precisi in confronto alla prosa, sono infatti quelli della classificazione Dewey, un metodo di catalogazione librario che la protagonista, Odile, ha assimilato in modo così viscerale da riuscire a identificare all’istante, dietro a ogni cifra, una precisa sezione letteraria. Da una sequenza casuale e priva di contenuti di dati oggettivi ecco scaturire allora una complessa dimensione fatta di voci, vite, racconti e storie in grado di colorare un’apparente impersonalità.

Sono diverse le analogie tra il romanzo e il suo stesso contenuto: se è vero che è un libro che parla di libri, è altrettanto palese che è una storia che parla di Storia. La vicenda della giovane bibliotecaria dell’American Library di Parigi durante l’occupazione tedesca è infatti il paradigma di molte altre vicende umane che hanno dispiegato il proprio personale racconto sullo sfondo dei tragici avvenimenti della Seconda guerra mondiale.

La Storia si insinua drammatica nelle vite degli abitanti della città stretta in mano nazista, influenzandone le giornate, i progetti e le speranze di un futuro di non scontata sopravvivenza. E la storia di Odile, una ragazza come tante, diventa il particolare di un quadro generale che tuttavia, nella potenziale condivisione della propria esperienza, si fa universale.

Ecco allora che i numeri ai quali la protagonista “si aggrappa” nell’incipit per dimostrare la propria professionalità assumeranno, nel corso del romanzo, un significato ben più ampio. Una classificazione oggettiva aiuta a sfuggire alle brutture del presente, a riportare la mente (e il corpo, che ripone i libri sugli scaffali) a una dimensione concreta e ordinata, lontana dal lato emotivo che, in un periodo di difficoltà, tende a prendere il sopravvento.

I libri numerati si fanno dunque strumenti in grado di conferire un carattere sistematico a una realtà altrimenti caotica, e, allo stesso tempo, baluardi di una libertà per troppo tempo sopita. Se sulla facciata dell’American Library è riportata la frase “i libri sono la luce” non è, allora, un caso: è chiaro il potere salvifico della cultura, che in periodo di guerra si fa appiglio e conforto. E non importa se gli abiti sono lisi o la minestra è allungata: il libro diventa un’anima da salvare al pari della propria, che anche in tempo di ristrettezze trova nutrimento in una parola scritta in grado di rinvigorire l’autonomia di pensiero.

Odile e i suoi colleghi della biblioteca americana di Parigi vivono lontani dal fronte, lontani dai campi di battaglia dove si stanno decidendo le sorti della politica mondiale. Distanti da ogni retorica, coltivano all’interno del proprio micromondo fatto di tomi rilevati e pagine ingiallite un gioiello immateriale più potente di qualsiasi arma. Spedire volumi ai soldati, portare i libri preferiti ai soldati ricoverati negli ospedali, consegnare a domicilio le opere più amate agli ebrei della città: ogni gesto fa di questo modesto esercito della cultura una piccola luce di speranza in un periodo buio, in cui i veri eroi sono le persone comuni e, in altri tempi, inaspettate.

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