Ma restiamo con i piedi per terra parla di calcio e parlando di calcio non si può non citare Maradona. Il campione argentino si è spento il 25 novembre, lo stesso giorno di George Best. Sessant’anni appena compiuti, un fisico in parte non proprio conforme ai dogmi atletici, una passione e una tecnica, le sue, nate nei quartieri di Buenos Aires.

I campi narrati in questo libro, fatti di terra che con la pioggia diventa fango, con scarsa illuminazione e vino caldo distribuito sugli spalti di cemento, sarebbero piaciuti a Diego, ne sono certa. Perché lì, si vive e si consuma il calcio vero, uno sport che va oltre procuratori, ingaggi milionari e sponsor, e che si basa sulla passione, condita da fervore, determinazione e semplice voglia di giocare a pallone.

Una storia eroica di calcio di provincia

A vederli così, schierati a centrocampo con le maglie tutte uguali, potresti quasi scambiarli per calciatori veri. Carichi e concentratissimi, saltellando sul posto salutano la curva dei loro ultras con il braccio alzato. Peccato che la curva non ci sia, e che quei pochi metri di tribuna scalcagnata siano sempre vuoti.

Il protagonista del libro di Andrea Masciaga è il calcio di terza categoria impersonificato nella squadra piemontese dell’Atletico Nord. La voce narrante è quella di Giovanni Merlini (Merlo), giornalista con ambizioni sportive per le massime serie che invece si trova a dover scrivere del campionato meno gettonato in assoluto. Frustrazione? Tutt’altro, il Merlo occupa quella tribuna stampa con onore, rispetto e tanto tanto entusiasmo.

Dopo anni passati a narrare le gesta di quella squadra, si trova di colpo a farne parte anche come giocatore, dopo un lungo periodo in cui, come si dice in gergo, aveva “appeso le scarpe al chiodo”. E da lì inizia un altro racconto, vissuto in prima persona, da dentro, negli spogliatoi, tra accappatoi umidi per l’allenamento infrasettimanale e l’impianto di riscaldamento acceso all’ultimo.

È una partita qualunque, ma non è MAI una partita qualunque. È lo splendore e la miseria del calcio, quello vero.

Chi il calcio è abituato a viverlo guardandolo solo da uno schermo non sa, non può davvero sapere cosa sia e cosa rappresenti per tutti coloro (o almeno per una gran parte di essi) che lo vivono tutti i giorni. E soprattutto, il calcio in TV, quello delle massime serie e delle competizioni europee, si discosta di molto da quello giocato nei campionati minori.

La terza categoria è il gradino più basso, i giocatori non vengono quasi mai pagati, si sopravvive con le donazioni di alcuni benefattori, grazie alle quali si coprono le spese. Le figure che orbitano all’interno e all’esterno della squadra sono persone che durante il giorno hanno lavori diversi, ma che negli allenamenti serali e nella partita domenicale diventano allenatori, massaggiatori, guardalinee e giocatori stessi. È una vita all’interno di un’altra vita.

Ma chi te lo fa fare?

Andrea Masciaga trasporta il lettore in un calcio giocato di cui si parla troppo poco. L’Atletico Nord e il paese di Borgoriso rappresentano tutte quelle squadre e piccole comunità fatte di persone che credono nel gruppo e nella voglia di creare qualcosa insieme.

Non ci sono in ballo grandi soldi, coppe o diritti TV. No, c’è la voglia di onorare la maglia (l’unica che si possiede e che si lava di volta in volta), calcando campi che di manto erboso non hanno nulla, anzi, che durante l’inverno rischiano di ghiacciare e bisogna “scongelarli”, così, a mano, come fanno un sabato pomeriggio i ragazzi dell’Atletico Nord. Perché la voglia di giocare è troppa e la partita si deve svolgere regolarmente. Ed è proprio questo uno dei punti chiave del romanzo: la forza del gruppo. “Diversamente giovani” ma anche nuove leve dalle varie sfumature formano un gruppo di persone che prende gli allenamenti infrasettimanali non come un obbligo, ma come un piacere. E anche come un motivo per stare insieme e condividere non solo una passione, ma anche molto altro.

Ma chi te lo fa fare? Questa è la domanda che pone chi non sa. Davvero, chi te lo fa fare di metterti in macchina e guidare nella nebbia, dopo una giornata di lavoro, spogliarti in luoghi poco riscaldati e uscire fuori, al freddo e nell’umidità, a tirare dei calci a un pallone, infangandoti le scarpette che diventano pesanti come macigni.

La risposta alla domanda è semplice: passione e coesione. L’Atletico Nord si dimostra essere non solo una squadra, ma un gruppo che condivide un obiettivo comune e che vive ogni aspetto di quei rituali calcistici come se stesse giocando la Champions League. Ma il campionato di terza categoria è quanto di più lontano possa esserci dalle partite in cui l’iconico inno europeo riempie gli stadi. Eppure emoziona.

L’apparenza non contava mai, c’era solo la sostanza. Perché, nel calcio professionistico o anche in squadre della nostra stessa levatura c’erano determinate regole, a Borgoriso ce n’era delle altre. Altri dogmi, altre abitudini. A Borgoriso bisognava essere semplici e pratici, a tavola, in campo e anche a briscola, dopo cena, tra schiamazzi, conversazioni infinite, insulti impensabili e fiumi di vino.

L’autore, grazie a un linguaggio semplice e immediato, in cui la rappresentazione di immagini, odori ed emozioni la fa da padrona, porta il lettore a entrare in empatia con la squadra e con le persone che la compongono. Attraverso il racconto del Merlo si viene catapultati in una realtà che, anche se sconosciuta, si assorbe come propria, pagina dopo pagina, diventando tifosi aggiunti a cui batte il cuore, gridando “ma no dai!”, nel leggere di un episodio in campo e vivendo, riga dopo riga, con il fiato sospeso nel conoscere l’esito di ogni partita.

Il calcio è davvero “solo un gioco”?

Io, questo libro, l’ho apprezzato davvero. In primis per l’argomento, che dà voce a una realtà ben più comune di quanto si pensi. C’è bisogno di queste storie vere, sudate, infangate e vissute in nome di una passione condita da aperitivi al bar dopo la partita e cene del giovedì sera.

E poi perché mi ha fatto tornare in mente quei ricordi sepolti da anni e anni di ulteriori ricordi. Era il campionato 2005/2006 quando seguivo una squadra di terza categoria in qualità di segretaria. Compilavo la distinta per l’arbitro, sedevo con pochi altri in panchina (era corta, molto corta talvolta), distribuivo vino caldo all’intervallo e tanto tanto altro. Io e la squadra abbiamo calcato campi da calcio, che chiamarli così è davvero quasi un insulto, in gelide domeniche tra “caldi” tifosi sugli spalti, ma con l’incredibile sensazione di essere nel posto giusto.

All’Atletico tutti erano consapevoli di aver riposto nel cassetto il sogno di solcare i prati più importanti del mondo, ma nessuno, neanche il più scarso dell’equipaggio, si era scordato di quei pomeriggi di tanti anni prima, quando si faceva gol in mezzo a due maglioni e si urlava a perdifiato correndo verso un punto indefinito di una tribuna inesistente, come in uno stadio vero.

Chi il calcio lo ama, sa. Il calcio ha salvato L’Atletico Nord, Merlini e anche me.

 

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