“Quel prodigio di Harriet Hume” di Rebecca West

La casa editrice Fazi Editore ha da poco pubblicato il romanzo Quel prodigio di Harriet Hume, della famosa scrittrice e giornalista Rebecca West. Un testo scritto nell’Inghilterra di inizio Novecento e che ne porta tutto il sapore e le contraddizioni tipiche dell’età vittoriana.

Prima di inoltrarsi nelle pagine è bene ricordare la specificità dell’autrice, per essere pronti ad affrontare una storia che è molto diversa da quella che ci si potrebbe aspettare e, soprattutto, dalle classiche storie d’amore a cui siamo abituati ora.

Prendiamo in prestito proprio le parole della casa editrice che, in un suo articolo sul sito redatto in occasione della pubblicazione di un altro lavoro della West, ce la presenta in questo modo: “Rebecca West fu una femminista della prima ora e anche una sostenitrice del matrimonio, una brillante giornalista che ha scritto romanzi che sono divenuti i classici del Ventesimo secolo, una donna la cui stessa vita e amori rispecchiano l’epoca in cui è vissuta”. Proprio quest’ultima frase è in assoluto la sintesi di quello che si può trovare fra le pagine del suo romanzo.

La trama

È la storia di due amanti, Arnold Condorex e Harriet Hume, e della loro convinzione di avere un’unica anima divisa fra i loro due corpi; la vita che conducono, ma soprattutto le aspirazioni che provano, li fanno perdere e ritrovare più volte nel trascorrere degli anni, costringendoli a cammini differenti ma sempre attratti uno verso l’altra.

“Di tutte le donne che aveva conosciuto lei era la più eterea. Amarla era come avvolgersi in una lunga sciarpa di puro spirito”

Harriet ci viene presentata come una giovane donna dalle origini incerte, bella e tanto delicata da sembrare una figurina di carta ritagliata. È una pianista che compensa la mancanza di vera grandezza intrattenendosi con i più influenti uomini di Londra.

Arnold, invece, è un politico rampante per il quale la carriera ha più importanza di qualsivoglia relazione amorosa, a meno che questa non porti un qualche vantaggio personale o professionale.

Sarà proprio questa sua inclinazione a condurlo quasi alla pazzia, diviso tra la smania di potere e l’amore nei confronti della “sciocchina”, “pigra sfacciatella” e finanche “sgualdrinella” Harriet.

“Quando un quantitativo da nulla della più vile forma di ricchezza mi avrebbe condotto fuori da questo enorme deserto che è trecentosessantacinque giorni di lunghezza per trecentosessantacinque notti di larghezza…”

Ma la grande particolarità che più lo destabilizza è la capacità della donna di leggere alla perfezione nella sua testa: sa quando le è vicino nonostante non riesca ancora a scorgerlo, cosa pensa e quali siano i più torbidi mezzi che ha usato per raggiungere il tanto agognato potere.

“Il fatto che tu sia una bella donna, Harriet, rende la tua offesa ancora più grande. A un uomo non piace per niente vedere i proprio difetti messi in evidenza da una bella donna. Cose del genere dovrebbero essere fatte da zie con le caviglie grosse…”

Un romanzo che diventa una macchina del tempo

I capitoli raccontano i loro incontri sparsi nel corso di vent’anni, seguendo il picco vertiginoso della carriera di Arnold fino al suo declino, così come il successo raggiunto da Harriet e il suo lento scomparire.

Ciò che però rende particolare il romanzo della West è proprio il suo stile di narrazione ricco e pieno di similitudini: l’ombra di un cancello diventa “una lira con molte corde”. Ogni descrizione assume sfumature liriche e addirittura barocche.

Un testo non sempre semplice che richiede consapevolezza e attenzione per essere colto in tutta la sua delicata bellezza.

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