“Nato fuori legge. Storia di un’infanzia sudafricana” di Trevor Noah

Ogni tanto, nei filmoni di Hollywood, si assiste ad assurde scene di inseguimento in cui uno salta o viene lanciato fuori da un’auto in corsa, cade a terra e rotola per un po’. Poi si ferma, si rialza e si toglie la polvere dai vestiti, come se niente fosse. Ogni volta che vedo una scena simile mi viene da pensare: Che idiozia! Quando ti buttano giù da una macchina ti fai molto più male di così.

Avevo nove anni quando mia madre mi gettò da un’auto in corsa. Accadde di domenica. Lo so perché stavamo tornando a casa dalla chiesa e per tutta la mia infanzia domenica è sempre stato sinonimo di chiesa. Non perdevamo mai una funzione. Mia madre era – ed è tuttora – una donna profondamente religiosa. Molto cristiana. Come le genti indigene in tutto il mondo, i sudafricani neri adottarono la religione dei colonizzatori. Quando dico «adottarono», intendo che fu imposta. L’uomo bianco era estremamente severo con il nativo. «Dovete pregare Gesù» diceva. «Gesù vi salverà». Al che il nativo rispondeva: «Be’, certo che abbiamo bisogno di essere salvati… salvarci da voi. Ma questo è un altro discorso. D’accordo, proviamo con questa cosa di Gesù».

Basta cercare in rete uno dei suoi tanti sketch e guardarne qualche secondo per capire che Trevor Noah ha un talento fuori dal comune. Dj, conduttore e stand up comedian, questo ragazzo dagli occhi buoni e il sorriso contagioso è uno dei pochi comici in grado di strappare una risata dal sapore di una profonda riflessione su argomenti seri come razzismo, esclusione, diversità e discriminazione. Un’innegabile qualità che accende immediatamente una certa curiosità sul suo vissuto, le sue origini e la sua storia, perché ci costringe – volutamente – a far caso al colore della sua pelle.

Trevor Noah, infatti, non è né bianco né nero. Nato in Sudafrica durante l’apartheid da mamma nera di etnia xhosa e da papà bianco svizzero, per la sua “sfumatura” di mezzo è, letteralmente, un fuorilegge. La legge sull’immoralità del 1927, riportata all’inizio del volume, proibiva infatti i rapporti carnali tra gli europei e i nativi, in un paese sottoposto a una sistematica divisione etnica volta a smantellare un’identità di popolo. Trevor è, quindi, un colored. Un “meticcio” costretto a nascondersi dalle autorità sin dai primi anni di vita a causa della sua stessa esistenza, che nel proprio colore “indefinito” si vede negato qualsiasi spirito di appartenenza. Troppo bianco per i neri e troppo nero per i bianchi, persino all’interno della propria famiglia, Trevor vive nell’emarginazione, alla quale fa un callo così duro da riuscire paradossalmente a trovare, nell’inclassificabilità culturale, l’opportunità per una straordinaria autodeterminazione. Prive di qualsiasi privilegio e, allo stesso tempo, di qualsiasi obbligo di conformità, l’infanzia e la giovinezza di Trevor sono quindi una lunga ricerca di un’identità nuova, originale, multiforme; della ricchezza sentimentale di chi, povero di materia e di vantaggi per ideologia, punta le proprie forze sulla mente e sul cuore.

Sembra incredibile che oggi Trevor, cresciuto in un contesto di violenze e segregazione razziale, sia un uomo dal pensiero indipendente e dall’animo gentile. Ma diventa molto più facile da credere mentre si legge la sua storia, la vicenda di vita di un self made man venuto dal basso che, tuttavia, non si è fatto del tutto da solo. Nato fuori legge, infatti, è una delle poche autobiografie in cui il protagonista morale non è l’autore, ma sua madre. Patricia, alla quale è dedicato il libro, è una donna magnetica, vera e determinata. Una presenza allo stesso tempo stabile e travolgente, solida e impetuosa come  un uragano di umorismo, testardaggine e devozione. Una madre che non esita a insegnare al figlio la severità del mondo abituandolo alla propria, a obbligarlo a una fede religiosa (a sua volta imposta dai colonizzatori) che mescola i propri precetti alla pragmaticità alle superstizioni popolari, a lasciare che finisca persino in prigione perché impari dai propri errori.

Ma è in sua madre che Trevor trova un’ancora di vera salvezza. Trae da lei le lezioni più importanti: la capacità di pensare con la propria testa, di onorare un proprio codice etico, di non rispondere alla violenza con la violenza (nonostante la presenza di un patrigno alcolizzato), di lavorare sodo, di rispettare le donne e di sopperire con intelligenza ai limiti imposti dalla società. Trevor impara diverse lingue, assumendo la camaleontica abilità di comunicare con diversi gruppi tra loro antagonisti; impara a superare le barriere senza prevaricazioni; impara a sperare nel futuro e, soprattutto, a riderci sempre su. Perché una risata rimane, al di là di qualsiasi diversità, un vero linguaggio universale.

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