Alessandro Carlini, giornalista e scrittore, esordisce nel mondo letterario nel 2017 con Partigiano in camicia nera. La vera storia di Uber Pulga. A distanza di quattro anni, viene alla luce il suo secondo romanzo, un giallo intitolato Gli sciacalli. Entrambi i romanzi, figli di un gran lavoro di documentazioni e testimonianze, sono ambientati durante il secondo conflitto mondiale e indagano fatti che sono poco discussi nel panorama letterario e anche cinematografico. Facciamoci raccontare dall’autore maggiori dettagli legati alle sue storie.

  • Ciao Alessandro, grazie, innanzitutto, per aver messo a disposizione il tuo tempo per rispondere alle domande dell’Accademia. Dunque, viene subito da chiedersi, come mai questo interesse per la storia? Era la tua materia preferita a scuola, un’esperienza vissuta direttamente da un tuo familiare o semplicemente tieni a cuore la memoria di un passato da cui dovremmo tutti imparare?

Grazie a voi. Il mio amore per la storia ha un’origine prettamente familiare. Mio nonno materno, Franco Pulga, sin da quando ero piccolo mi ha trasmesso la sua straordinaria passione per la storia. Era un contadino e non ha potuto studiare ma si è letteralmente circondato di libri, soprattutto di storia. Trascorreva ore a parlarmi di vicende storiche, soprattutto della Seconda Guerra mondiale, puntando sempre sul lato umano dei conflitti, sulle prove personali, sul superamento di una difficoltà. Mi ha lasciato una eredità immensa di idee, fra cui la storia che ho raccontato nel mio primo romanzo, Partigiano in camicia nera (Chiarelettere), la vicenda di un nostro parente fucilato dalla Rsi per alto tradimento dopo il passaggio alle file partigiane. La storia di Uber Pulga. Una storia prettamente italiana.

Libri di Alessandro Carlini
I romanzi di Alessandro Carlini: Partigiano in camicia nera edito Chiarelettere e Gli sciacalli edito Newton Compton Editori, in libreria dal 21 gennaio 2021
  • In entrambe le tue opere metti in primo piano l’immagine emblematica di un’Italia contesa da fascisti che esercitavano con la forza il loro potere e i partigiani che resistevano. Ed entrambi i tuoi protagonisti, Uber Pulga e il sostituto procuratore Aldo Marano, sono stanchi e tormentati. Sembra che mettere ordine (e mantenerlo) in un paese grande e litigioso come l’Italia implichi necessariamente l’uso della forza e della vendetta, nonostante la guerra sia conclusa. Allora siamo tutti fascisti?

No, tutt’altro. Sia Uber Pulga che Aldo Marano sono spinti, in modi diversi, uno è un soldato l’altro è un magistrato, da un senso del dovere e da una adesione all’anti-fascismo, quindi all’anti-violenza, che prevale su tutto il resto.

Uber sceglie di morire per un progetto democratico di un Paese liberato dal fascismo che nemmeno conosce e non vedrà mai. Muore prima della fine della guerra (febbraio 1945). Ma intanto si sacrifica per permettere alle nuove generazioni di vivere in una nuova realtà. Marano compie qualcosa di simile, si affida alla giustizia, ripudia la vendetta, e ricorda agli italiani, quindi sempre rivolto alle generazione future, di difendere la legge di uno Stato democratico (anche nel suo caso nascente), fondato sul diritto e sui diritti, non sulla violenza fascista.

  •  Dopo che Mussolini fu messo a testa in giù, alcuni dei fascisti rimasti in libera circolazione acquistavano tessere del PCI. La loro era semplicemente paura o una scorciatoia per risalire al potere?

Proprio questo aspetto che cito negli Sciacalli l’ho ripreso, letteralmente, dai rapporti redatti dagli ufficiali dell’Allied Military Government (Amg), l’organismo degli Alleati che amministrava i territori italiani liberati dal nazifascismo. Ma la questione degli infiltrati fascisti venne anche denunciata dai vertici del Pci, subito dopo la guerra. È un fenomeno ancora da approfondire, sebbene ci siano libri e studi che abbiano parlato di come tanti fascisti, ed esistono casi eclatanti, abbiano cercato di “riposizionarsi”. C’è chi lo faceva per salvarsi semplicemente la pelle o evitare anni di galera e chi già pensava a come costruirsi una carriera alternativa in una Italia nuova. Purtroppo il trasformismo è uno dei caratteri nazionali, lo si può vedere molto bene anche nell’Italia di oggi.

  •  Cosa direbbero i nostri padri costituenti dell’Italia di oggi? Ha ancora un senso la nostra cara e vecchia Costituzione?
Costituzione della Repubblica Italiana
Il 2 giugno 1946 il popolo italiano, all’indomani della seconda guerra mondiale e della caduta del fascismo, elesse un’Assemblea Costituente, incaricata di scrivere la nuova Costituzione in grado di fissare regole e diritti fondamentali del nuovo Stato.

È di sicuro uno dei pochi pilastri rimasti nelle nostre istituzioni, che troppo spesso vacillano in balia di nuove mode politiche, di una tendenza al populismo deleteria, che ha inquinato ogni parte politica. Pressapochismo, cialtroneria, opportunismo… ma non vorrei apparire come un mio concittadino finito male, Savonarola…

  •  Parlando del tuo lavoro, scrivere su fatti accaduti in passato richiede senza dubbio delle ricerche approfondite e attendibili. Quali sono le tue fonti?

Ho un approccio molto particolare e personale in merito. Scrivo solo di fatti sui quali ho trovato documenti inediti, mai rivelati fino a quel momento. Lo faccio per il profondo rispetto verso chi ha vissuto veramente quegli eventi. Io non ho potuto per ragioni di età, sono nato nel 1976. Ma posso avvicinarmi a quei protagonisti partendo da fonti non ancora pubblicate, in modo da stabilire una sorta di rapporto esclusivo con quei fatti e, a modo mio, rivivere quell’epoca.

  •  Prima di avviare le tue ricerche e iniziare a scrivere, pensi a un pubblico ideale?

Sinceramente, no. So che ci sono molte persone appassionate di storia e vicende umane, spero ogni volta di poterle raggiungere e raccontare una parte della nostra tormentata ma straordinaria storia nazionale.

  •  Nel panorama artistico odierno, ci sono scrittori o sceneggiatori che ti hanno illuminato o che comunque ti hanno aiutato, in un certo senso, a trovare uno stile di scrittura?

Ho la mia “triade” di scrittori, Beppe Fenoglio, Vasilij Grossman e Stephen Crane. Tutti “scrittori di guerra”, li potremmo definire. Le loro opere vanno ben oltre la guerra, sono testi che avvolgono e coinvolgono, alla fine parlano di noi e del nostro sforzo per resistere.

  •  La letteratura è piena di libri rifiutati. A te com’è andata all’inizio? Com’è nato il tuo rapporto con la casa editrice?

Il mio lavoro, di scrittore e giornalista, nasce da una sola cosa: la caparbietà.

Mai avuto santi in paradiso, sono passato per l’”inferno” della gavetta, provando e riprovando. Il primo romanzo è stato pubblicato rivolgendomi direttamente alla casa editrice, che mi ha dato una grande opportunità.

  • Domanda di rito. Consiglieresti a un neofita un corso di scrittura? Ti è mai capitato di frequentarne uno?

Non ho mai frequentato scuole, di scrittura o giornalistiche, mi sono limitato a una laurea in Scienze della Comunicazione. Ma la mia è una scelta personale e non è detto che sia quella giusta. Mi piace lavorare in solitudine, sbagliare e correggere il tiro ma in modo autonomo. Una scuola se fatta bene può però servire, soprattutto se si ha bisogno di essere indirizzati in una realtà piuttosto complessa e sempre più concorrenziale come quella dell’editoria.

  • In conclusione, l’eterna lotta: preferisci leggere in digitale o in cartaceo? Tu stesso acquisti e-book o prediligi girovagare tra i corridoi di una libreria?

La predilezione resta per il cartaceo. Ma compro anche ebook e li apprezzo molto per la comodità di lettura.

  • Grazie Alessandro e in bocca al lupo per le tue opere da parte di tutta l’Accademia.

Grazie a voi per questa bella chiacchierata! Alla prossima.

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