“Perché in Italia non deve esistere una squadra femminile di calcio? E Milano che ha il vanto di avere due squadre come il Milan e l’Ambrosiana perché non pensa di formare due squadre, magari fra le tifose delle due rivali? Non sarebbe interessante vedere che anche in questo sport, la donna italiana può competere e forse superare le straniere?”

È con queste poche righe scritte dalla Zanetti e pubblicate sulla “Domenica Sportiva” che la giovane cerca di convincere le sue amiche, tra gli altri, a giocare a calcio ai Giardini e, dopo le prime reticenze, ben presto riesce nel suo intento.

Le protagoniste di questo romanzo sono alcune giovani ragazze di una Milano degli anni Trenta. Siamo nel 1932 per la precisione e in Italia vige il fascismo. È poco lontano lo scoppio della seconda guerra mondiale e sono ancora in parte visibili gli strascichi del primo durissimo conflitto. La vita degli italiani è incanalata in tanti nuovi dettami abbinati ad altre consuetudini che continuano a regolare la quotidianità.

In questo particolare contesto storico culturale conosciamo Rosetta, Giovanna e Marta, tre sorelle che vivono, ognuna a modo loro, quest’epoca che più tardi verrà definita come “gli anni del consenso”. Ma per loro non ci potrebbe essere definizione più errata. Figlie di una famiglia di antifascisti e orfane di padre, promulgano ciò che a loro è più caro: la libertà. E come lo fanno? Anche attraverso il calcio.

“Dobbiamo rischiare. Non si fa nulla di nobile senza rischio.”

Le storie delle tre ragazze si intrecciano insieme a quelle delle loro amiche. Giovanna, sposata e con due bambini, osserva e appoggia le sue sorelle e il gruppo di donne all’inseguimento di un sogno, ovvero quello di formare una squadra di calcio.

Pura utopia nell’Italia fascista di quegli anni? Sulla carta forse eppure, proprio attraverso le lettere scritte ai giornali e ai professionisti di diversi settori, quella che sembra destinata a essere un’idea folle si concretizza presto in un’incredibile realtà. Fortuna? Combinazione? No, tutto ciò che è successo a queste calciatrici è frutto di una grandissima passione abbinata all’entusiasmo e alla forza. Non mollare, andare avanti a testa alta. E soprattutto crederci.

“Ma perché le piace proprio il calcio?” […]

“Del calcio mi emoziona tutto, sa, dottor Brighenti: le dinamiche di gruppo, di spogliatoio, l’obiettivo, unirsi per raggiungerlo, risolvere le difficoltà, la comunicazione. La partita, gli allenamenti, li considero una piccola vita. Il calcio è uno sport di relazioni. Per questo forse mi piace così tanto, perché vedo nel calcio una vita in miniatura, forse un po’ migliore di quella che ci è toccata in sorte in questi tempi.”

Ciò che si evince maggiormente fin dalle primissime pagine è la determinazione. Ancora oggi per tante (troppe!) persone il calcio non è “uno sport per femmine”. La categorizzazione di genere raccontata nel libro continua in parte a essere ancora in auge, nonostante dai fatti narrati siano trascorsi quasi cent’anni. Quali sono le cause? Non siamo qua per addentrarci in sentieri socio-culturali tortuosi, ma da donna appassionata di calcio posso certamente affermare che tanto è stato fatto ma tanto c’è ancora da fare.

L’intero Gruppo femminile calciatrici milanese, formato da ragazze coadiuvate dall’allenatore Piero e dal Presidente Cardosi, è un esempio senza tempo. Queste persone non solo hanno sfidato il Duce, ma anche le credenze degli individui comuni. Quei vicini di casa pronti a puntare il dito verso quelle giovani che inseguono un sogno. Cultura e educazione certo e se ci fosse stato dietro anche invidia o semplice timore?

La prima partita pubblica di calcio femminile: Gs Ambrosiano da una parte, Gs Cinzano dall’altra, ognuna con la sua maglia ufficiale. Le prime erano ovviamente in nerazzurro, ma erano le seconde le più emozionate. Perché su quella casacca eravamo finalmente riuscite a far cucire il logo del nostro sponsor, una scritta che ci faceva sentire quasi delle professioniste. (Milano – 11 giugno 1933)

Adelante con juicio: il motto manzoniano

Non è da tutti, allora come oggi, proseguire a testa alta e portare avanti le proprie idee soprattutto quando si discostano dalla massa. Essere pecore è più facile perché nel gruppo ci si identifica e ci si sente più forti, ma il lupo? Il lupo è l’elemento che scombina le carte ed è visto come pericoloso e cattivo. Eppure il dualismo sta tutto lì, a ciò che ognuno vuole essere. Marta, Rossella, La Strigaro, la Lucchi e la Zanetti oltre alla voglia di giocare a calcio, alla determinazione, alla forza e alla dedizione per i loro sogni condividono un altro grande comune denominatore: non farsi vincere dalla paura.

A fare da fil rouge all’interno della storia è ricerca della libertà: di essere se stessi, di seguire le proprie passioni, di poter scegliere. In un mondo fortemente condizionato da regole e divieti, la libertà individuale sembra venire in secondo piano. Vi sembra un concetto drammaticamente attuale? Eh sì, purtroppo lo è.

In questa particolare epoca storica che stiamo vivendo ho trovato tristi similitudini con quel periodo. Certo, le condizioni al tempo erano decisamente diverse, ma alcune sfumature creano somiglianze tali da porre delle riflessioni. Così come l’attitudine di alcune persone a “sparare sentenze senza sapere”. Succede nella storia di queste giovani calciatrici e succede nel nostro mondo attuale, fatto di social e individui che non perdono occasione di salire sul carro dei giudicanti.

La forza e la potenza delle idee di pochi sono capaci di cambiare il mondo e, fosse anche solo quello delle persone coinvolte, tale possibilità simboleggia un’autentica forma di successo.

Gli autori

Federica Seneghini, giornalista del “Corriere della Sera” nella redazione online e a capo della squadra social del quotidiano di via Solferino, nei ringraziamenti racconta il come e il perché quello che doveva essere solo un articolo si è invece trasformato in un appassionante libro. Il punto di svolta è stato l’incontro con Marco Giani. Storico, insegnante e autore di diversi articoli accademici sul calcio femminile in Italia, ha curato il saggio inserito all’interno di Giovinette dal titolo Storia di un pregiudizio, e di una lotta, in cui si addentra maggiormente su tutto ciò che orbita intorno a questo ambiente, trattando temi dai contorni spinosi, mettendo nero su bianco ciò che spesso viene nascosto dietro a facili cliché.

Un incontro tra i due che ha permesso a me e a tanti altri di conoscere una storia che va al di là del calcio e dell’appartenenza di genere. Narra della voglia di inseguire i propri sogni, di credere, di abbattere barriere, di farsi trovare pronti e di lasciarsi andare a tutto il bello che la vita ha da offrire.

2 pensieri su “Giovinette: le calciatrici che sfidarono il Duce

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      Ileana Cavurina dice:

      Grazie, consiglio vivamente la lettura anche a non appassionati di calcio, perché rappresenta un tuffo in quel periodo e una bella prova di determinazione, forza e coraggio.

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