Nel luogo in cui sono cresciuto ci sono degli scalini di pietra un po’ irregolari che conducono a una casetta adibita a magazzino, e che danno l’impressione di essere lì da sempre. La porta del magazzino è tutta storta e pesante, difficile da aprire, e bisogna chiuderla con una vecchia chiave arrugginita grande quanto un neonato bello in carne. Questo magazzino è pieno di tutte quelle cose di cui i magazzini sono pieni: cose che non vuoi buttare via. E quando vivi in una fattoria non butti via niente, dato che hai tanto di quello spazio da non essere costretto a sbarazzarti di nulla. Ci sono utensili da cucina e macchine agricole che una volta servivano a qualcosa, mentre adesso fanno paura solo a guardarle. E trovi anche vecchi oggetti dal nome curioso, come trogoli, filatoi, tinozze, zangole, slittini, madie. E ancora, vecchie riviste. Fumetti. Una casa per le bambole un po’ sinistra, come solo le case per le bambole possono apparire. I miei vecchi 33 giri degli anni Ottanta, con le loro inutili versioni estese di hit più o meno famose di artisti britannici capelloni. Dispositivi elettronici che se ne stanno lì a prendere polvere fino a quando un giorno non torneranno improvvisamente di moda. È qui che ho trovato di recente una radio vecchia di quarant’anni che mi sono poi portato a casa, e che tengo nel mio salotto come amplificatore. Non c’è visitatore che non si fermi a osservare quella radio con un pizzico di ammirazione.

Non bisogna lasciarsi ingannare dalla finta nostalgia che avvolge l’incipit di Norwegian  F**k, che già nel titolo svela la propria dissacrante chiave di lettura. C’è infatti un’innegabile nota di insofferenza nella “poetica” descrizione del tipico magazzino pieno di cose vecchie, stipato all’inverosimile di oggetti che hanno esaurito da tempo la propria utilità.

Tre attrezzi dai nomi dimenticati

Lunga è la lista di quello che occupa uno spazio all’esclusivo scopo di occuparlo, tra attrezzi dai nomi dimenticati e ricordi di generazioni passate che, ben lontani da qualsivoglia spirito di revival, giacciono inutilizzati. Se i visitatori osservano una radio vecchia di quarant’anni “con un pizzico di ammirazione”, come stregati dal fascino di antiche vestigia, Are Kalvø non si fa incantare da ciò che, ormai, ha fatto il proprio tempo.

Gli utensili “fanno paura”, la casa per le bambole è “sinistra”, i vecchi 33 giri sono “inutili”, i dispositivi elettronici “prendono la polvere”: un inno al pragmatismo che identifica il valore con la funzionalità, e non lascia spazio a sentimentalismi.

È esattamente questo l’approccio che l’autore adotta nel raccontare la propria storia di ex campagnolo ormai da anni perfettamente a suo agio nel contesto cittadino, lontano da quelle montagne che, nella sua Norvegia, fanno da sfondo costante. Attirato più da una bevuta con gli amici al pub che da un tramonto tra i fiordi, considera l’irrefrenabile impulso dei suoi coetanei – over quaranta – a ricercare un contatto con la natura una tendenza incomprensibile che sfiora il ridicolo.

Un tempo ormai passato

Esattamente come le cose dei vecchi magazzini, che “tornano improvvisamente di moda”, il tanto diffuso hobby dell’escursionismo nella sua visione tende a riprodurre senza scopo apparente un tempo ormai passato, in cui si viveva in mezzo alla natura per necessità, e non certo per diletto.

La passione di scalare montagne, raggiungere vette, percorrere sentieri e piste da sci alla ricerca di rifugi dal nome curioso – come quelli di attrezzi obsoleti – dimostra, quindi, la paradossalità delle mode, che ripropongono l’ovvio e il dimenticato in chiave “social”, rendendo trendy ciò che un tempo era ordinario.

Il conflitto tra natura e città: una questione generazionale

Nella divertentissima disamina di Are Kalvø – avvezzo alla satira – il conflitto tra la natura e la città si fa generazionale. Sembra che invecchiare induca un inevitabile ritorno alle origini, filtrato però, nell’era moderna, da una sorta di ipocrisia che tende ad addomesticare, svendere, digitalizzare. Inerpicarsi su per un crinale diventa un evento mondano, i rifugi diventano i nuovi bar, le vedute innevate materiale per Instagram.

E Kalvø, che non ammette mezzi termini, intravede nei propri amici escursionisti una crisi di mezza età tale da indurlo a studiare il fenomeno da vicino. Così da vicino da superare le sue stesse idiosincrasie, mettendosi in gioco e organizzando con precisione analitica una settimana tra le cime, alla ricerca delle motivazioni che spingono chi, ingrato, tradisce gli agi cittadini per un po’ d’aria di montagna.

Un esperimento scientifico

Norwegian F**k diventa così una sorta di grande esperimento scientifico, condotto dall’autore con sincera e spensierata curiosità, tra le difficoltà degli aspri sentieri norvegesi. Nonostante la lodevole volontà di studiare un fenomeno lontano dalla propria sfera di competenza – e di comprensione –, tuttavia, Kalvø ha ben poco di obiettivo. L’esasperazione dell’oggettivo diventa soggettivo, e guarda alla realtà attraverso gli occhi di un esilarante pregiudizio, di un’irriverente avversione per una moda che rende innaturale la natura stessa, e che, invece, non dovrebbe mai prendersi troppo sul serio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *