Di notte casa tua splende come se tutto quello che c’è dentro andasse a fuoco.

Le tende che lei ha messo alle finestre sembrano di lino. Lino di qualità, ma la trama è così rada che di solito capisco di che umore sei. Riesco a vedere la ragazzina che scuote la coda di cavallo mentre finisce i compiti e il maschietto che scaglia palle da tennis contro il soffitto di tre metri e sessanta, mentre tua moglie gira in leggings per il salotto invertendo il caos della giornata: i giocattoli tornano nel cestone, i cuscini sul divano.

Stasera però avete lasciato le tende aperte. Forse per guardare la neve che cade. Forse perché così tua figlia può cercare le renne. Non ci crede più da un pezzo, ma per te finge volentieri. Per te questo e altro.

Vi siete messi tutti eleganti. I bambini sono in completo scozzese coordinato, seduti sul divano di pelle con tua moglie che li fotografa con il cellulare. La ragazzina tiene il maschietto per mano. Tu armeggi con il giradischi in fondo alla stanza e tua moglie prova a dirti qualcosa, ma le fai segno con un dito: un attimo e ci sei. La ragazzina salta in piedi, tua moglie afferra il piccolo, e si mettono a fare piroette. Tu prendi un bicchiere, whisky, bevi un sorso, poi un altro, e ti allontani a passo felpato dal piatto quasi fosse un bebè addormentato: fai sempre così quando inizi a ballare.

Un quadretto famigliare che rasenta la perfezione: due bambini che giocano, una mamma che li fotografa, un papà che armeggia con il giradischi e un ballo in una sera d’inverno. Fuori ci sono freddo e neve; dentro, al di là del caldo filtro delle raffinate tende di lino, una gioia talmente luminosa da apparire incandescente.

Ci sentiamo quasi in colpa a spiare al suo interno come spettatori indiscreti, a notare ogni dettaglio di una scena di quotidiana spensieratezza, a cercare di cogliere a tutti i costi una crepa nella patina di felicità. Capiremo qual è la vera falla, tuttavia, quando la ragazzina all’interno della casa alzerà lo sguardo nella nostra direzione, verso la persona che la sta osservando da fuori: sua madre, Blythe. Una donna diversa dalla moglie in leggings che riordina il salotto, dalla donna che ha sposato quello che, un tempo, era suo marito.

Blythe parla in seconda persona, rivolgendosi proprio all’ex marito, ora pilastro di una nuova famiglia che ha inglobato anche sua figlia, Violet. Gli parla come attribuendogli indirettamente la colpa per tutto quel che è rimasto irrisolto, non detto, inconfessato. Gli parla come se lui le avesse portato via la gioia che vede risplendere in quella casa, donandola a una nuova donna, a un nuovo figlio, a un nuovo presente di cui lei non fa più parte. Ma leggendo la storia di Blythe, pagina dopo pagina, il gioco delle colpe si fa sempre più complesso. Perché tornando indietro nel tempo capiamo che una volta la “perfezione” le apparteneva, prima che, con la nascita di Violet, il suo mondo iniziasse a crollare in mille pezzi.

La neonata indifesa, infatti, sembra gettare su Blythe la peggiore delle maledizioni: una vita a metà, schiacciata da un senso di responsabilità apparentemente insopportabile e dalla sottile convinzione, generata dall’insicurezza e dalle ombre della depressione, che la figlia possieda un animo malvagio. In ogni pianto di Violet, Blythe vede una punizione; in ogni minimo capriccio, un macigno che ricade sul suo corpo, sul suo lavoro e, soprattutto, sul suo rapporto con il marito – che, inevitabilmente, si allontana.

Ecco allora che, agli occhi della madre, Violet diventa un piccolo demone dominato dall’odio: una bambina capace di un’inquietante crudeltà che sfocia in un tragico incidente mortale – la “spinta” del titolo –, del quale Blythe ritiene la figlia la diretta responsabile.

L’autrice gioca con la verità con magistrale efficacia, lasciando che il dubbio serpeggi lungo l’intero corso del romanzo. Violet è davvero in grado di commettere atrocità o è Blythe ad attribuirle comportamenti terribili, proiettando sulla figlia tutte le ombre di una maternità difficile?

Scavare negli abissi dell’anima di Blythe non sembra dare risposte, anzi: addentrandosi nelle pieghe di emozioni contrastanti e pensieri ossessivi si ha l’impressione che la realtà si complichi sempre più, lasciando fino in fondo un’inquietante sensazione di pericolo, dubbio e angoscia. Ciò che è vero e ciò che è immaginario si mescolano in una storia oscura e senza conclusioni, che trascina alterazioni e turbamenti da generazioni in un loop infinito, a suggerirci perennemente che niente è ciò che sembra.

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