Sul tavolino ci sono due bicchieri di vino, a testimonianza di una serata romantica. Li tolgo e risciacquo le chiazze color rubino che ristagnano sul fondo dei calici. Il caffè è sul fornello, e l’aroma dei chicchi tostati che mi ha fatto conoscere Sean quando mi sono trasferita nel suo appartamento diciotto mesi fa riempie l’angusta cucina.

Quando sento una chiave infilarsi nella toppa mi volto e un attimo dopo entra Sean, togliendosi le infradito. Canticchia, lo fa sempre quando è felice. Ultimamente canticchia parecchio.

«Ehi» lo saluto, mentre lui appoggia una borsa della spesa dalla quale sbuca un mazzo di tulipani viola. «Ti sei alzato presto».

Ha folti capelli rossicci leggermente arruffati sulla nuca, e trattengo il desiderio di allungare una mano e infilarci le dita.

«Ho pensato di andare a prendere la colazione». Toglie dalla borsa uova, croissant e fragole.

Mentre sto prendendo una caraffa per il caffè la porta della sua camera da letto si apre.

Sean prende in fretta i tulipani mentre la sua ragazza, Jody, entra in cucina.

Due calici di vino della sera precedente, il caffè sul fornello. Un uomo e una donna. E, a un tratto, un’altra donna, che ci rivela in un attimo che a essere “l’altra”, in realtà, è la voce narrante. Le amiche che volevi presenta già dopo poche righe il suo biglietto da visita: quello di un thriller psicologico accattivante, che accarezza  – pur mantenendo la leggerezza tipica della narrativa di consumo – il tema dell’identità, dell’omologazione e della solitudine.

L’anonimia dei personaggi

Shay Miller, la protagonista, è di fatto una persona sola. Vive con un coinquilino di cui è innamorata, non ricambiata. Non ha molti amici, né un lavoro che la soddisfi o una personalità degna di nota. Non è la prima volta che un romanzo degli ultimi anni mette in scena personaggi tendenti all’anonimia, gettati in un mondo moderno che, spingendo sull’acceleratore sociale, disperde il singolo togliendogli la capacità di sviluppare un carattere originale.

Ed è proprio la disperata ricerca di un’approvazione da parte degli altri – delle “amiche” del titolo – a costituire il vero motore del romanzo. Perché Shay, traumatizzata dall’aver assistito al suicidio di una ragazza, Amanda, darà vita a una spirale di complicazioni in grado di scardinare la stessa coscienza di sé.

Dopo il terribile fatto, la vita di Amanda – una perfetta sconosciuta – diventa per Shay una pericolosa ossessione. Così forte da spingerla ad andare al suo funerale, dove incontra due delle sue amiche, le sorelle Cassandra e Jane Moore, e a mentire sul suo legame con lei pur di ottenere da esse la tanto desiderata attenzione. Nell’insicurezza di Shay, però, le Moore si insinuano con una subdola astuzia che, pagina dopo pagina, rende chiara la presenza di verità più raccapriccianti sulla morte di Amanda. Verità di cui Shay, ignara, diventerà lei stessa vittima e involontaria complice.

Dubbio e ambiguità

Il romanzo, dalla spiccata impronta femminile, si muove quindi sul filo del dubbio e dell’ambiguità, sondando le ombre più scure dell’insincerità. Il tema dell’amicizia si intreccia alla menzogna e alla vendetta, e all’atteggiamento opportunistico di chi, approfittando della debolezza altrui, manipola la realtà a proprio piacimento con risvolti – in questo caso – persino criminali.

Al di là dell’esigenza narrativa, che richiede un’esasperazione della tensione a costo di forzature, la ricerca dei potenziali risvolti negativi di una complicità portata all’estremo fa riflettere. Il fascino delle sorelle Moore, le amiche “perfette” agli occhi di chi non ne ha, dimostra una volta di più quanto l’opinione degli altri sia filtrata esclusivamente dal proprio vissuto, che tende a proiettare sul prossimo desideri, speranze o idiosincrasie. Rendendoci spesso ciechi, sordi e, purtroppo, potenzialmente infelici.

 

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