Incipit

Perché

Perché ci sono tanti che guardano solo fuori e non dentro, sopra e non sotto, o anche sotto e non sopra, dietro e non oltre, e mai attraverso, che insomma si fermano alle apparenze, che stanno in superficie e non scendono in profondità, che si siedono in tribuna o sul divano e non entrano nello spogliatoio o in palestra, che giudicano non per opinioni e idee in base a fatti ma lo fanno per pregiudizi e preconcetti in base soltanto a voci e pettegolezzi, che si fidano del sembrare e non si appassionano all’essere che preferiscono il galleggiare all’immergersi, che sorseggiano e non tracannano mai, che magari ti imitano e ti copiano e ti prendono a modello ma senza sapere veramente perché e quando e quanto e che cosa e dove e chi e tutte quelle domande lì.

Nel leggere le parole dell’incipit del romanzo di Ivan Zaytsev, mi immagino questo atleta – dallo sguardo magnetico e in perenne movimento – fermarsi un attimo a riflettere su ciò che è stato della sua vita fino a quel momento e prendere la decisione di mettere nero su bianco, alla portata di tutti, fatti, pensieri ed emozioni. Scrivere un libro non è certo un’attività necessaria, ma il guardarsi dentro talvolta aiuta a far pace con se stessi e, se serve, anche a voltare pagina. E sedersi, mettersi a nudo, porsi domande alle quali rispondere è tutto tranne che semplice.

Spesso le persone hanno un’immagine di noi e ci danno un’etichetta che, bella o brutta che sia, ci identifica in una o più categorie. Capita alle persone famose così come alla gente comune. Ma dietro e dentro a ogni persona, c’è un mondo, anzi – utilizzando un termine tanto apprezzato da Zaytsev – c’è un oceano, tutto da scoprire.

Oceano mare

Ivan ama così tanto quest’espressione da essersela tatuata sul braccio e riporta nelle pagine del suo libro le parole di un altro libro, Oceano mare di Alessandro Baricco:  “Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. È come se non fosse mai passato nessuno. È come se noi non fossimo mai esistiti”.

Ed è così che lo sportivo racconta le motivazioni che si celano dietro alla decisione di imprimere sulla sua pelle proprio quelle determinate parole. Una scelta ponderata, come tante altre della sua carriera sportiva e della sua vita personale, a discapito di quelle decisioni prese, invece, in modo più rocambolesco che lo hanno portato a situazioni che, forse, avrebbe anche potuto evitare.

Ma d’altronde, spesso è proprio grazie e attraverso gli errori che si impara di più. Quando la vita ti offre una palla, puoi colpirla o farti colpire, in ogni caso ciò che succederà da quel momento in avanti dirà quello che sei stato, sei e sarai.

La palla è mia!

Ma io ho la palla: è pesante, è incandescente, è decisiva, è vinci o perdi, è muori o sopravvivi, è muori e risorgi, è una pistola e un proiettile, è un cannone e una bomba, è un missile, un’atomica o un cavallo di Troia, è una lavatrice o un Frecciarossa, è un esame di coscienza o un esame di Stato, è un pezzo di storia e un pezzo di vita, è un pezzo di me. È mia.

Quante volte abbiamo sentito urlare, nei campi di diverso tipo, la parola “mia”, un’affermazione verso se stessi, ma anche verso gli altri. Una presa di posizione netta e decisa. Nella pallavolo si sente spesso questo termine, accompagnato da un tono imperativo. Il messaggio al resto della squadra deve arrivare forte e chiaro, ci penso io, è affare mio. E, anche nella solitudine della battuta, quella palla tra le mani diventa, in quegli istanti fugaci, solo di “proprietà” del giocatore pronto al servizio.

Chi la pallavolo la segue sa cosa vuol dire osservare l’elevazione del battitore e la potenza che si scatena sulla palla, è questione di pochi attimi, capaci però di tenere in sospeso tutte le persone coinvolte, dentro e fuori dal campo.

Ivan Zaytsev è croce e delizia dei servizi, un autentico portento se si calcola che ha fatto raggiungere alla palla una velocità di 134 Km/h! Un portento, che, forse, già si era palesato il giorno della sua nascita, con quei 4400 grammi di peso, pronto a iniziare la sua partita più importante.

Non solo “il figlio di Zaytsev”

Io, nel mio piccolo, sono già italiano. Mi chiamano Ivan, nome bilingue, o forse multilingue, poliglotta, che è l’anagramma di navi, e allora il mio destino marino e oceanico è già nel nome.

Quanto spesso accade che prima ancora di essere noi stessi siamo intanto “figli di…”? Ivan lo sa bene, dal giorno della sua nascita lui è da subito diventato “il figlio di Zaytsev”. Suo padre, il mitico “Slava”, è stato eletto atleta del secolo in Unione Sovietica e, se da un lato la genetica può essersi trasferita da uno all’altro, Ivan racconta anche di come ciò che rappresenta suo padre a tratti si sia contrapposto non solo nel loro rapporto personale ma anche in quello sportivo.

Ivan ha saputo diventare qualcuno nella pallavolo e nel beach volley non perché “figlio di…”, ma grazie alla sua tenacia, al suo entusiasmo, al suo lavoro e anche ai suoi errori, raccontati in più parti del libro, senza maschere. Trincerarsi dietro a una facciata di perfetto uomo e atleta rischia di essere un’arma a doppio taglio, mentre, invece, leggere tra le righe l’autenticità di gesti e parole aiuta non solo a prendere confidenza con la storia, ma anche ad apprezzare la schiettezza di un ragazzo – poi fattosi uomo – che racconta il suo percorso, senza nascondersi e senza scappare.

Correre come una lepre verso l’amore

Poi dici i segni del destino. Sapete che cosa significa Zaytsev, in russo? Lepre. E sapete che cosa significa O’Hare, il cognome irlandese della mamma di Ashling, in gaelico? Lepre.

Ivan e Ashling si piacciono, ma quando è convinta lei lui non lo è e viceversa. La loro storia sembra un continuo rincorrersi, tra alzate, schiacciate, palleggi e ribattute. Ma poi, alla fine, a vincere la partita è l’amore. I due trovano così un punto di incontro e gettano le basi per un rapporto duraturo e costruttivo.

Ivan non è una persona semplice – ma c’è chi davvero lo è? – e senza troppi giri di parole racconta quella che è stata la loro storia, dal beach volley fino ad arrivare alla nascita del figlio Sacha, dall’Italia alla Russia, passando per campi, palazzetti e innumerevoli palle schiacciate. Istantanee di vita vera, vissuta sempre a testa alta, tra gioie e dolori, tra cadute e risalite.

Un libro da leggere

Quando ci si approccia a leggere una biografia sportiva non si sa mai davvero che cosa aspettarsi, ma quello che rende un’opera valida e meritevole è certamente l’autenticità. Al di là della struttura narrativa e delle varie scelte stilistiche, a colpire il lettore è il percepire che il protagonista si sia davvero messo a nudo, includendo  anche quelle parti un po’ “scomode”, che potrebbero rischiare di far storcere il naso magari a qualche tifoso accanito, ma che invece ne determinano la vera identità, senza strategia alcuna.

Ivan, coadiuvato dall’esperto giornalista sportivo Marco Pastonesi, in quest’opera schiaccia il suo ennesimo ace. Lo fa raccontando della sua vita sportiva, della sua famiglia d’origine e di quella formata con Ashling. Lo fa scrivendo lunghe frasi piene di significato nelle quali sentirsi parte di qualcosa di più, alternandole ad altre dai contenuti che fanno sorridere e addirittura divertire. Ivan sceglie la migliore delle tattiche, nella vita come nello sport: essere se stesso.

Ashling dice […] che questo libro mi aiuterà a capire chi sono, anche se quello che sono non è quello che sarò, perché non smetto mai, sono un mare in continuo movimento, un mare oceano, un oceano mare.

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