Se come me non hai mai studiato il greco antico, probabilmente non riuscirai a collegare un suono a queste due parole: κλῖμαξ e κάθαρσις.

Anche “italianizzate”, all’orecchio sono comunque dure, non molto armoniose: climax (con questa x finale che suona tanto anglofona alle orecchie) e catarsi (che, se non strettamente alla lingua greca, rimanda un po’ tutti noi allo studio – non sempre felice – della letteratura al liceo). La prima significa “scala”, mentre la seconda “purificazione”.

Ma una scala verso cosa? E una purificazione da cosa?

Strettamente legati alla struttura dell’atto finale di una trama, questi due termini hanno significati distinti ma complementari. Infatti, il percorso che un protagonista segue in una struttura classica ed efficace (come, ad esempio, quella del viaggio dell’eroe) è un susseguirsi di alti e bassi, in un crescendo (una scala, appunto) che conduce a una rivelazione (della realtà dei fatti, dei propri limiti, di una verità nascosta, e così via).

Questa rivelazione si traduce in una purificazione, sia per il protagonista sia per il lettore.

Leggi l’articolo sul viaggio dell’eroe.

Chiudere la partita

Ci troviamo, dunque, alla conclusione di una storia: perché il pubblico possa sperimentare una sensazione di pieno appagamento, è necessario che tutte le trame e sottotrame vengano chiuse.

A questo punto, la battaglia (o crisi) principale è già avvenuta, ma il protagonista deve ancora affrontare un’ultima prova. Serve a dimostrare che ciò che ha imparato durante il viaggio e che gli ha permesso di uscire vincitore dalla prova centrale non verrà dimenticato, ma è stato, anzi, interiorizzato: ora fa parte del protagonista, che è una persona diversa rispetto a quando è partito.

Un concetto chiave di una storia è proprio quello della trasformazione. Anche quando il protagonista è bidimensionale (cioè non cambia durante lo svolgersi degli eventi – pensiamo, ad esempio, al detective che risolve un caso), la trasformazione è tutta intorno a lui.

Magari è l’antagonista a uscirne come una persona nuova, o il co-protagonista. Oppure è la società in cui avviene la vicenda a uscirne profondamente mutata.

Per essere efficace, la trasformazione (dell’eroe, del suo nemico, della società) deve essere graduale: proprio come una scala, si sviluppa gradino dopo gradino, passo dopo passo, fino alla cima.

Il climax

Il significato di questa parola è variato con il tempo e con l’uso. Come abbiamo detto, la traduzione letterale è “scala”.

Con l’influenza della lingua inglese, però, può essere interpretata in modo diverso, andando a indicare direttamente l’apice, il culmine dell’ascesa. In entrambi i casi l’aspetto importante rimane l’effetto in crescendo, l’idea di un percorso gradualmente in salita.

Nella storia, al termine della salita il protagonista affronta l’ultima crisi, cioè la prova finale:

“La crisi rappresenta un’opportunità per il protagonista di uccidere l’antico sé e rinascere nuovamente. Possono rinunciare al cambiamento e tornare alla loro vita precedente o affrontare le paure più segrete, vincerle e guadagnare una ricompensa. La scelta è tra morire o distruggere le persone che erano.”

Jhon Yorke

La catarsi

Questa parola è stata utilizzata per la prima volta da Aristotele, nella sua opera “Poetica”, in relazione allo stile drammaturgico della tragedia: è una purificazione emotiva che avviene nel momento culminante di un’opera, e che coinvolge sia attori che spettatori.

La mente si libera così dalle emozioni negative, dannose per lo spirito.

La tragedia, per Aristotele, è una mimesi della realtà, ovvero un’imitazione. Essa ha lo scopo di “trascinare” lo spettatore attraverso la rappresentazione di scene che suscitano forti emozioni per attraversarle in modo consapevole e uscendone, appunto, purificati.

Il processo dà uno stato di appagamento da cui deriva il piacere che lo spettatore prova nonostante abbia sperimentato su di sé, poco prima, emozioni negative come rabbia, angoscia e paura. Non è difficile, oggi, trasferire questo processo alla letteratura e, in generale, a tutti i media d’intrattenimento.

In narrativa, non tutti i climax conducono a una catarsi, ma la catarsi ha effetto solo in quanto frutto di un climax efficace. In altre parole, non si ha sempre una purificazione (fisica o emotiva) dopo aver affrontato un percorso difficoltoso, ma essa può avvenire solo se si è affrontato quello stesso tipo di percorso.

Un’esperienza condivisa

Il lettore è rimasto insieme al protagonista fino alla fine, e ha percorso la scala insieme a lui: è normale, dunque, che ottenga una ricompensa, data da una risoluzione appagante di tutte le battaglie.

Queste sono rappresentate da tutte trame e sottotrame che, nel bene e nel male, culminano con la vittoria o la sconfitta. Ebbene sì, anche la sconfitta può rappresentare il climax, e può portare alla catarsi: l’importante è che sia un finale efficace, cioè sorprendente (il conflitto si risolve in modo inaspettato) e inevitabile (il conflitto si risolve in modo logico e coerente).

E, come per lo spettatore della Tragedia di Aristotele, anche leggendo un romanzo la purificazione è sia del protagonista che del lettore. È il pianto o la risata finale. Quel senso di soddisfazione dato dall’aver affrontato e superato delle terribili prove – sia fisiche che emotive. È la sensazione di essere sopravvissuti, di aver trovato l’amore, di avere ottenuto il potere, pur essendo stati comodamente a casa nostra.

E tu?

Hai mai sperimentato un momento di catarsi durante una buona lettura? E, secondo te, come ha fatto l’autore a coinvolgerti emotivamente?

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