Quando la creatività va messa da parte.

In ambito artistico si sente spesso dire che le regole esistono per essere infrante. Che sta per: una volta che conosci le regole a menadito, puoi trovare degli espedienti per non seguirle, per aggirarle, o addirittura per sovvertirle.

La letteratura, quando utilizzata come intrattenimento, non fa eccezione.

Ci sono moltissime “regole” in ambito di struttura, costruzione della trama, dei personaggi, dell’intreccio, che sono più che altro “indicazioni”, “soluzioni ottimali”, “suggerimenti”.

Spesso aiutano lo scrittore a creare un’opera valida ma che possono non essere seguite a menadito. In questo caso parliamo di linee guida, utili per strutturare un testo in modo efficace ma non indispensabili, né imprescindibili.

Personalmente, ad esempio, ho un attaccamento quasi morboso alla “regola del tre”: tutte le informazioni utili alla trama devono essere date tre volte, non di meno, raramente di più.

La prima volta se ne fa un accenno, la seconda un approfondimento, la terza una spiegazione – quest’ultima coincide con il momento in cui l’informazione è essenziale alla trama.

Capirai che non si tratta di una regola nel vero senso della parola, ma semplicemente di un espediente di derivazione cinematografica, utilizzato per caratterizzare una struttura.

La situazione cambia totalmente quando parliamo di regole grammaticali che, invece, sono esattamente questo, regole, e come tali non possono essere infrante. Perché?

Un codice

Si tratta di un codice, e come tale deve essere “decifrabile” da chiunque lo condivida.

Le regole sono quindi imprescindibili, e non possono sottostare a interpretazioni.

Alcuni esempi? La sola forma corretta è po’ (e non), È (e non E’), al lavoro (e non a lavoro).

Ci sono casi, invece, in cui si hanno solamente delle linee guida e non delle regole vere e proprie, e in questo caso è di fondamentale importanza essere coerenti con se stessi.

È l’esempio, di “beh”: potendo essere interpretato sia come un’esclamazione a sé stante o come l’abbreviazione di “bene”, è accettata sia la presenza dell’h finale, sia dell’apostrofo (be’).

Pertanto, si può scegliere la grafia che più aggrada, a patto di utilizzarla per l’intero testo.

La grammatica è, dunque, quel complesso di regole necessarie alla costruzione delle frasi di una determinata lingua. Il suo scopo è quello di fornire elenchi di forme, dettare regole e correggere errori. Deriva, dal greco grammatiké, ossia “arte (o tecnica) della scrittura”.

L’ortografia, dal greco ὀρθογραϕία (οῤθός (orthós) = retto, corretto + γραϕία (graphía) = grafia), è la parte della grammatica costituita dall’insieme delle norme che regolano il modo corretto di utilizzare i segni grafici e di interpunzione (la punteggiatura).

In senso popolare, quindi, la grammatica è l’arte di parlare e di scrivere senza errori.

L’Accademia della Crusca

C’è un ente che ha il compito di vegliare sulla lingua italiana: è l’Accademia della Crusca. Istituzione nata a Firenze nel 1582 e riconosciuta dal Ministero dei Beni Culturali, si pone i seguenti obbiettivi:

  • sostenere l’attività scientifica e la formazione di nuovi ricercatori nel campo della linguistica e della filologia italiana, attraverso i suoi Centri specializzati e in collaborazione con le Università;
  • acquisire e diffondere la conoscenza storica della nostra lingua e la consapevolezza critica della sua evoluzione attuale, nella società italiana e in particolare nella scuola, nel quadro degli scambi interlinguistici del mondo contemporaneo;
  • collaborare con le principali istituzioni affini di altri Paesi e con le istituzioni governative italiane e dell’Unione Europea per una politica a favore del plurilinguismo del nostro continente.

È formata da studiosi, grammatici e filologi, scrittori e poeti, ma anche scienziati, storici, filosofi, giuristi e statisti, sia italiani che stranieri.

La lingua evolve

Una persona che impara la sua lingua nativa ne apprende inconsapevolmente anche la grammatica.

A chi non è mai capitato di sorprendersi per l’accurata composizione di una frase detta da un bambino di tre anni?

Nell’ambito del linguaggio, il parlante nativo riconosce come “corrette” certe espressioni, in quanto facenti parte della propria lingua madre, e come “scorrette” quelle che ad essa non appartengono.

Eppure non esiste una perfetta corrispondenza tra ciò che è corretto o scorretto tra la grammatica normativa e la lingua parlata.

Così, ad esempio, la maggior parte delle persone che parlano italiano potrebbero utilizzare, ad esempio, “gli ho detto” al posto di “ho detto loro”, o “sarebbe dovuto essere” invece di “avrebbe dovuto essere”.

Inoltre, nascono neologismi, ovvero “parole nuove”, ogni anno.

Nel sito dell’Accademia della Crusca è possibile proporli nell’apposita sezione, ampliare o precisare il significato di termini inseriti da altri, in attesa di essere approvati dall’Istituzione, e non in tempi brevi.

È stato il caso, nel 2016, dell’aggettivo “petaloso”, inventato da un bambino della scuola elementare e preso in considerazione dall’Accademia. Al momento non fa ancora parte dei vocabolari italiani, ma potrebbe entrarvi se diventasse una parola di uso comune.

C’è qualche regola grammaticale che proprio non ti entra in testa?

Hai dubbi sulla forma scritta di una parola in particolare? Scrivi nella sezione commenti qui sotto!

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